Dalla pet therapy agli interventi assistiti con animali, fra storia, normativa e letteratura
Gli interventi che molti chiamano ancora pet therapy sono protagonisti di un lungo percorso dal punto di vista terminologico, normativo, scientifico. Nel 2015 l’Italia – primo Paese al mondo a dotarsi di linee guida nazionali – li ha definiti Interventi Assistiti con Animali (IAA), riconoscendone le potenzialità socio-relazionali, educative o terapeutiche, per persone di diverse età e condizioni. L’articolo ripercorre questo cammino, dando conto della letteratura internazionale e ponendo attenzione al tema del benessere animale, essenziale per una relazione benefica ed efficace.
26 Ottobre 2026
Numero 4-2026
di Chiara Mariti (professore associato, Università di Pisa - Dipartimento di Scienze Veterinarie) Carmen Borrelli (borsista, Università di Pisa - Dipartimento di Scienze Veterinarie) Giulia Russo (dottoranda, Università di Pisa - Dipartimento di Scienze Veterinarie)
Da Ippocrate fino a Freud, la relazione tra uomo e animale accompagna la pratica della cura da secoli. Solo negli ultimi decenni, però, questa relazione ha trovato una cornice scientifica e normativa condivisa, capace di distinguere gli Interventi Assistiti con Animali dalla generica pet therapy e di interrogarsi, finalmente, anche su ciò che l’animale prova.
Cenni storici e terminologici
Gli Interventi Assistiti con Animali (IAA) affondano le loro radici già al tempo di Ippocrate, che per primo intuì l’uso terapeutico dell’animale: consigliava infatti a chi soffriva di insonnia di andare a cavallo, divenendo così il precursore dell’ippoterapia.
Molti anni più tardi, nel 1953, lo psichiatra Boris Levinson, durante una seduta con un bambino affetto da autismo, notò che la presenza del suo cane Jingles riusciva a rompere il muro comunicativo del piccolo, spingendolo a interagire e giocare. Levinson capì che l’animale fungeva da “facilitatore sociale” e da ponte emotivo, permettendo al paziente di proiettare i propri sentimenti e di sentirsi al sicuro. Lo psichiatra iniziò così le sue ricerche scientifiche sui benefici della relazione con gli animali. Scrisse poi il libro The dog as co-therapist (1962), opera fondamentale, che già annunciava un cambio di mentalità importante: l’animale non umano non è un mero strumento, ma un co-terapeuta, una parte viva e attiva.
In realtà già agli inizi del Novecento Sigmund Freud era stato un pioniere della terapia assistita con cani: negli ultimi anni della sua attività, il cane femmina Chow Chow Jofi spesso sostava nel suo studio durante le sedute. Freud riteneva che Jofi avesse un effetto tranquillizzante e che fosse di aiuto nella valutazione dei pazienti. Quando i pazienti erano calmi, Jofi si accucciava vicino per essere accarezzata, ma si teneva a distanza dai pazienti ansiosi. Freud notò inoltre che in presenza di Jofi i pazienti rispondevano con maggiore franchezza e sincerità.
In Italia il concetto di pet therapy – il termine usato fino a pochi anni fa, oggi sostituito da interventi/servizi assistiti con animali – fu introdotto più tardi, all’incirca alla fine degli anni Ottanta. Successivamente, nel 2003, fu stipulato un Accordo Stato-Regioni sul benessere degli animali da compagnia e pet therapy. Ma la vera svolta a livello nazionale avvenne solo nel 2009, quando l’allora Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali fondò presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) il Centro di Referenza Nazionale per gli Interventi Assistiti con Animali (CRN IAA). In collaborazione col Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, il CRN IAA ha elaborato le Linee guida nazionali, grazie alle quali negli anni successivi si è diffusa la denominazione più corretta di Interventi Assistiti con Animali (IAA), sostituendo il termine pet therapy.
Con questo traguardo, l’Italia è il primo Paese al mondo ad avere stabilito una norma di riferimento nel contesto della mediazione uomo-animale. Le Linee guida si configurano come un documento volto a stabilire criteri uniformi su tutto il territorio nazionale e a definire standard qualitativi per il corretto svolgimento degli IAA. Inoltre, mirano a uniformare l’attività e la formazione degli operatori, a garantire la tutela sia delle persone sia degli animali coinvolti e a favorirne una relazione equilibrata.
Definire e classificare gli Interventi Assistiti con Animali
All’interno delle Linee guida nazionali, gli IAA sono differenziati in Terapia Assistita con gli Animali (TAA), Educazione Assistita con gli Animali (EAA) e Attività Assistita con gli Animali (AAA), ognuna con caratteristiche e obiettivi specifici. Le Linee guida specificano anche le specie domestiche che possono essere coinvolte negli IAA: cane, gatto, coniglio, asino e cavallo. Di questi, il cane è la specie più coinvolta, mentre gatto e coniglio trovano un minore spazio di coinvolgimento, soprattutto con alcune tipologie di utenza o in determinati contesti. L’ambito è in rapida evoluzione e non mancano segnali di cambiamento: nel nostro Paese, ad esempio, la formazione specifica è prevista solo per le cinque specie animali sopra menzionate, ma si registra una cauta apertura anche verso altre specie.
Inoltre, sebbene in Italia la terminologia sia strettamente indicata nelle Linee guida, a livello internazionale coloro che operano negli IAA hanno recentemente suggerito di utilizzare il termine Animal Assisted Services (AAS), coniato dall’International Association of Human-Animal Interaction Organizations (IAHAIO) per uniformare le diverse pratiche e utilizzare una terminologia comune su scala transnazionale (Binder, et al., 2024; Howell, et al., 2022). Al di là del termine impiegato, oggi possiamo definire come Interventi Assistiti con Animali (IAA) particolari tipologie di attività con valenza terapeutica, educativa o ludico-ricreativa, in cui l’interazione guidata con l’animale rappresenta il denominatore comune.
Le attività più diffuse sono:
- attività di cura (accarezzare gli animali, spazzolarli, dare loro del cibo);
- attività ludiche (ad esempio lanciare la pallina al cane e farsela riportare, giocare al tira e molla con una corda);
- attività per la memoria e il controllo emotivo (esplorare la comunicazione non verbale degli animali, evocare ricordi e sentimenti attraverso il riferimento agli animali);
- attività per stimolare le capacità motorie (ad esempio portare a spasso i cani, riempire la mangiatoia/ciotola, giocare ed eseguire esercizi fisici con i cani, aiutare i conduttori a preparare giochi olfattivi e di problem solving per i cani).
Stato dell’arte e della ricerca
Gli IAA dovrebbero essere osservati attraverso la lente del One Health/One Welfare, quindi mirando al beneficio per tutte le parti coinvolte: in altre parole, il benessere dell’animale deve essere garantito e auspicabilmente non ci si dovrebbe limitare a non nuocere, ma si dovrebbe mirare a ottenere un beneficio anche per l’animale non umano. Considerare l’animale come parte integrante dell’intervento (partner) e non come mezzo terapeutico sottolinea l’importanza della relazione uomo-animale all’interno degli IAA.
A questo proposito, permettere agli animali coinvolti di decidere autonomamente se partecipare all’interazione o meno è fondamentale per l’efficacia dell’attività e per il raggiungimento degli obiettivi. È infatti determinante che l’animale sia parte della relazione, poiché i benefici si basano su quest’ultima.
Gli obiettivi possono essere molto variegati, in termini di tipologia (ad esempio benefici fisici, psicologici, sociali) e di intensità (nelle TAA gli obiettivi avranno un impatto clinico, nelle AAA no). In alcuni casi la ricerca ha evidenziato in maniera chiara come gli obiettivi prefissati negli IAA siano raggiungibili grazie a stesura dei progetti, coinvolgimento di équipe multidisciplinare, standardizzazione dei protocolli e monitoraggi. In altri casi, i risultati sono più dubbi, spesso per scarsa standardizzazione o per incapacità di cogliere tutti gli aspetti trasversali che gli IAA possono andare a toccare, che non sempre sono stati preventivati o che risultano difficilmente misurabili.
Come Levinson e Freud avevano notato, i benefici degli IAA comprendono aumento dell’autostima e dell’autodeterminazione, miglioramenti nell’umore, nelle capacità relazionali e sociali, riduzione dei sintomi negativi e di stati d’ansia in pazienti in ospedale o residenti in strutture socio-sanitarie (Bert, et al., 2016). Oltre agli adulti, anche i bambini ospedalizzati coinvolti in IAA hanno manifestato una diminuzione dell’ansia e del dolore percepito, e una maggiore serenità nei confronti delle procedure mediche.
I benefici si estendono ai contesti geriatrico, oncologico e cardiologico, con effetti positivi documentati su parametri quali frequenza cardiaca, pressione arteriosa e livelli di cortisolo. Negli anziani più fragili, anche residenti in strutture socio-sanitarie e con decadimento cognitivo, gli IAA hanno mostrato di favorire l’interazione sociale e, in alcuni casi, persino parametri legati allo stato nutrizionale (Bert, et al., 2016).
Il benessere degli animali coinvolti
Nonostante gli IAA siano ormai diffusi in tutto il mondo, l’esperienza degli animali coinvolti in queste interazioni rimane ancora un’area relativamente poco esplorata dalla ricerca scientifica. Il cane è di gran lunga la specie più coinvolta (Menna, et al., 2019; Suba-Bokodi, et al., 2024), e anche la ricerca scientifica negli ultimi anni si è concentrata maggiormente su questa specie (Glenk, Foltin, 2021). Il nostro gruppo di ricerca ha recentemente pubblicato un lavoro da cui è emerso che ad oggi non ci sono studi che mostrino una valutazione del benessere dei gatti in IAA (Russo, et al., 2026).
Al contrario di cane e gatto, nei progetti di IAA con cavallo e asino solitamente è l’utente a recarsi nella struttura in cui questi animali risiedono e questo, dal punto di vista del benessere animale, rappresenta un aspetto fondamentale.
L’interesse per il benessere dell’animale coinvolto in IAA sta aumentando, sottolineando l’importanza di monitorare come l’animale viva questa esperienze (Glenk, 2017). Le nuove prospettive in questo ambito si concentrano sia sull’assenza di situazioni stressanti (Clark, et al., 2020), sia sulla presenza di una percezione positiva dell’esperienza vissuta da parte dell’animale (Miller, et al., 2022).
Il rischio di un sovraccarico di stress, e di una relativa diminuzione dello stato di benessere, è una delle preoccupazioni più concrete per gli animali impegnati in questi programmi, e non può essere ignorato da chi progetta e conduce questo tipo di interventi. La letteratura scientifica al riguardo è, purtroppo, ancora scarsa e si limita a descrivere solamente alcuni metodi o strumenti di monitoraggio dello stress nel cane o parametri relativi al suo benessere, piuttosto che introdurre un protocollo specifico per la valutazione del benessere di animali coinvolti in IAA.
La valutazione del benessere degli animali che lavorano negli IAA non può affidarsi a un singolo parametro, ma richiede un approccio integrato che combini misure fisiologiche, endocrine e comportamentali. Sul piano fisiologico, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la frequenza respiratoria e la temperatura rettale sono tra i parametri più frequentemente utilizzati negli studi sul benessere dei cani negli IAA (Glenk, Foltin, 2021).
Sul versante endocrino, il cortisolo rimane il biomarcatore di stress più studiato nel cane e negli equidi e può essere rilevato in modo non invasivo attraverso la saliva e il pelo (Mariti, et al., 2025; Riggio, et al., 2022). La letteratura segnala anche un crescente interesse per la misurazione dell’ossitocina salivare, un ormone associato al legame sociale e al benessere relazionale, che può fornire informazioni complementari rispetto al cortisolo e contribuire a distinguere stati di stress da stati di attivazione positiva.
L’osservazione comportamentale rappresenta un terzo livello di analisi indispensabile. I segnali di stress nel cane, per esempio, sono spesso sottili e possono essere facilmente sottovalutati. Tra i comportamenti da monitorare con attenzione figurano il leccamento delle labbra e del tartufo, lo sbadiglio, grattarsi o leccarsi insistentemente, scrollarsi ecc. (Mariti, et al., 2012).
Un altro fattore da tenere in considerazione è la possibilità di selezionare gli individui (animali) più adatti a partecipare a questo genere di attività. Nella letteratura scientifica sono stati sviluppati alcuni protocolli per valutare l’idoneità dei cani agli IAA (Russo, et al., 2025).
Riflessione conclusiva
In definitiva, la comunità scientifica converge sull’idea che gli animali non umani impegnati negli IAA non siano strumenti al servizio del miglioramento delle condizioni dell’uomo, ma collaboratori attivi che rispondono allo stress in modo complesso e individuale. Garantire il loro benessere non è soltanto una questione etica, ma una condizione necessaria per la qualità e la sostenibilità degli interventi stessi, a beneficio di tutti: dato che l’efficacia è determinata dalla qualità della relazione, il benessere degli animali coinvolti è requisito di base per conseguire il benessere delle persone, anche di età anziana, coinvolte negli IAA.
NOTE
BIBLIOGRAFIA
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