1 Agosto 2004 | Professioni

I nuovi laureati in “Programmazione e gestione dei Servizi Sociali”: tra nuove competenze e formazione continua

Il 28 aprile si sono laureati, presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Milano Bicocca, i primi 24 “dottori in Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi social”’, al termine del corso di laurea di secondo livello per Servizio Sociale. A questi primi laureati seguiranno, nella prossima sessione estiva, quelli dell’Università Cattolica di Milano, e, a partire dal prossimo anno accademico, quelli di tutte le altre sedi che hanno attivato un analogo corso di laurea specialistica per Assistenti Sociali.
Questo percorso formativo intende preparare figure professionali esperte capaci di operare con un elevato grado di autonomia e di svolgere funzioni di direzione, di management e di coordinamento di programmi di servizi sociali e di politiche sociali in vari settori: l’integrazione socio-sanitaria, i servizi alla persona e alle famiglie, le migrazioni e le relazioni interculturali, l’esclusione e la marginalità sociale, i soggetti deboli e le politiche di Welfare in genere.

Tre sono gli elementi che ci sembra rendano particolarmente interessante tale corso di laurea.

In primo luogo, le competenze specialistiche sono collegate al nuovo contesto dei servizi e alla diversa impostazione delle politiche pubbliche. Il nuovo quadro normativo prevede infatti, nell’intervento sociale, un’accentuazione del lavoro di rete e una conseguente capacità, da parte degli operatori, di gestire le connessioni sia tra il settore pubblico e il terzo settore, sia tra i diversi soggetti e agenzie presenti nel territorio, da un lato sul piano dell’erogazione dei servizi, dall’altro su quello della pianificazione, progettazione e valutazione degli stessi.
Ne consegue un accresciuto rilievo di diverse capacità che nel modello di Welfare precedente erano meno cruciali. Una prima capacità degli operatori è quella di rapportarsi sia con il continuo mutamento istituzionale e normativo, sia con le grandi trasformazioni socio-economiche e culturali in atto e, in particolare, con le trasformazioni delle reti di solidarietà pubbliche e private -in primis la famiglia. Una seconda capacità attiene al mutamento del focus dell’attenzione dalla erogazione diretta dei servizi e delle prestazioni sociali sia per quanto riguarda la loro programmazione e progettazione, sia per quanto riguarda la loro valutazione e controllo. Infine, in un’ottica di rete, acquisiscono un rilievo cruciale le capacità relazionali e comunicative sia tra gli operatori con diverso profilo professionale, sia tra gli operatori dei diversi servizi e agenzie.

Un secondo elemento di interesse è che questo corso di laurea prefigura un modello formativo “life-long learning” , ovvero un modello in cui i soggetti dopo aver svolto, per un periodo di tempo più o meno lungo, funzioni alle quale sono stati preparati con una formazione di primo livello, tornano a confrontarsi con un processo formativo strutturato.
A questo riguardo è importante rimarcare che la nostra è stata definita come una “società dei saperi”, una “società dell’apprendimento continuo” (Balbo, 2003); anche perché, come sottolinea Giddens (1995), è una società nella quale le competenze di ogni tipo diventano rapidamente, e ripetutamente, obsolete e in cui, di conseguenza, ci si deve confrontare con processi di dequalificazione (deskilling) e insieme di possibile riappropriazione (reskilling) di conoscenze. La società attuale richiede un aggiornamento continuo delle competenze, ma anche una continua capacità di elaborare nuova “cultura” e nuovi valori. Allo stesso modo, ci si trova a gestire, nella vita quotidiana, il corso degli eventi in cui si è comunque coinvolti: siamo, come ci descrive ancora Giddens, “agenti consapevoli e competenti, che hanno almeno una qualche misura di controllo sulla propria vita”. Vita nella quale sono presenti “percorsi riflessivi”, nei quali ciascuno è tenuto a “sottoporre ad esame e a rivedere continuamente le proprie pratiche sociali alla luce di sempre nuovi elementi”. Siamo, come scrive Barman (1999), “impegnati ad elaborare una sorta di permanente commento alle nostre esperienze”. Ci si richiede di lasciar cadere competenze e certezze date per scontate, di essere problematici e critici rispetto a ciò che si crede di sapere: di continuare ad imparare.
Nell’ambito del sociale tale processo di riformulazione delle competenze è particolarmente rilevante per i profondi mutamenti in atto nel sistema di Welfare e, dunque, particolarmente proficua la formazione ‘continua’. Da un lato gli operatori e i responsabili dei servizi sono messi a confronto con tematiche teoriche e con processi di riflessività che, spesso, tendono ad essere messi tra parentesi nel lavoro sul campo, assillato dalla gestione della quotidianità, dall’altro l’istituzione formativa (e il relativo corpo docente…) è messa a confronto con l’effettiva prassi del lavoro sociale, che spesso tende ad essere poco presente in chi elabora modelli teorici.
Da ultimo, ma per gli operatori non meno importante, questo percorso formativo rende possibile l’accesso formale a ruoli di dirigenza da parte degli assistenti sociali, o più correttamente “delle” assistenti sociali, data l’estrema femminilizzazione di questa professione. E’ infatti appena il caso di ricordare che queste figure professionali, pur da tempo ricoprendo, nei fatti, funzioni di responsabilità, non avevano, fino ad ora, i titoli per accedere formalmente alla dirigenza ed avevano quindi un profilo tendenzialmente subalterno all’interno dei Servizi, con una tendenziale ricaduta negativa in termini di immagine sociale.
Rispetto a questi elementi di novità, ci sembra interessante rimarcare due aspetti relativi a Milano-Bicocca: uno riguarda i frequentanti, l’altro il percorso formativo.
Per quanto concerne gli iscritti, la grande maggioranza è costituita da persone diplomatisi da tempo e che svolgono compiti di responsabilità; pochi sono quindi i neo-laureati, comunque “tutti” inseriti nei diversi servizi sociali, pubblici e privati.
Per quanto concerne invece l’organizzazione didattica, il corso di studi si articola in tre curricula formativi: management dei servizi sociali, relazioni interculturali e politiche sociali. Il corso è organizzato per moduli didattici caratterizzati da specifiche aree tematiche, con un approccio multidisciplinare. Accanto ai moduli di lezioni frontali, con obiettivi più specificamente “formativi” sono previsti seminari, laboratori, gruppi di lavoro, tirocini di ricerca, con obiettivi anche di “auto-riflessività”. La frequenza non è obbligatoria, ma è vivamente consigliata, dato il livello di sperimentazione che il corso di laurea intende esprimere, favorendo l’apprendimento attivo delle competenze e il continuo confronto con le esperienze formative e lavorative dei partecipanti. Per favorire tale frequenza, tutte le attività didattiche, seminariali e di laboratorio sono concentrate nei tre ultimi giorni della settimana. Inoltre, per favorire un processo di elaborazione teorica “anche” a partire dalla propria quotidianità, le verifiche prevedono in molti casi, la redazione di paper che possono anche riguardare più moduli, proprio per favorire processi di interdisciplinarietà.

Bibliografia

Balbo L., Lo scenario della società dell’apprendimento, in C. Facchini (a cura di), Invecchiare, un’occasione per crescere. Franco Angeli, Milano, 2003.

Bauman Z., Dentro la globalizzazione, Laterza, 1999.

Giddens A., Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna, 1995.

 

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