21 Luglio 2020 | Professioni

Sapere, saper essere, saper divenire

La dolorosa esperienza vissuta dagli operatori dei servizi sanitari e sociosanitari durante l’emergenza sanitaria COVID-19 ha lasciato indelebili segni, nella mente e nel cuore di ciascuno di essi. Oggi gli operatori si trovano a dover fare i conti con i ricordi, con le paure e con la necessità di ripartire, pur nella consapevolezza di un pericolo ancora presente. Nell’articolo l’autrice, coordinatrice infermieristica di una struttura sociosanitaria nel bergamasco, condivide vissuti e riflessioni di questa esperienza.

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Ho iniziato il mio percorso nel mondo infermieristico agli inizi degli anni ’90, periodo storico in cui la scienza aveva già conquistato grandi tappe, realizzato importanti scoperte. Erano tempi in cui sentivo raccontare dai miei nonni come un tempo si poteva morire per un’influenza, perché allora era così!

 

Ricordo ai tempi della scuola, durante le lezioni di epidemiologia, come il professore descriveva gli eventi epidemiologici passati e definiva con precisione le varie differenze degli eventi e soprattutto come il contesto e il tempo storico avesse influenzato l’andamento degli stessi. Spiegava come l’evoluzione della scienza e le grandi scoperte, nel tempo avessero portato la medicina ad avere importanti armi contro i vari agenti patogeni passati e come, la ricerca e l’educazione sanitaria, avessero portato il mondo ad un livello di sicurezza tale da poter pensare alla pandemia solo come un evento remoto, perlomeno nei paesi cosiddetti “sviluppati”.

 

Queste certezze sono crollate davanti ai miei occhi e a quelli di migliaia di colleghi in un tempo così breve da non capire cosa stava succedendo e cosa avremmo dovuto affrontare.

 

 

In prima linea durante l’emergenza sanitaria COVID-19

Dalle comunicazioni rassicuranti dei media fornite da illustri maestri del sapere, sulla possibilità assolutamente remota che questo “corona virus” potesse raggiungerci, ce lo siamo trovati tra le mani senza nemmeno accorgerci. E la tragedia è stata proprio questa…non eravamo pronti! Assolutamente no.

 

Come soldati in missione di pace ci siamo trovati in guerra senza saperlo e, soprattutto, senza armi efficaci contro un nemico invisibile ma letale, a volte senza nemmeno un elmo per proteggere la testa dagli attacchi. Piombati in un’atmosfera da film “fantascientifico”, gli infermieri insieme a medici e altri sanitari hanno dovuto sperimentare in un tempo brevissimo cosa voglia dire “sapere, saper essere e saper divenire”!

 

Questi tre concetti sono ciò che un buon professionista, calato in un qualsiasi contesto, utilizza per erogare il proprio operato: il sapere, l’insieme delle conoscenze scientifiche apprese durante il percorso di formazione e dal costante aggiornamento delle stesse, il saper essere, la capacità di erogare tutte le prestazioni relative al proprio profilo, il saper divenire, la capacità di ogni professionista di utilizzare tutto ciò che fa parte del suo sapere e saper essere, per affrontare qualcosa di diverso e di nuovo che richiede una flessibilità e adattabilità al contesto.

 

Chi nelle piccole realtà sociosanitarie, chi nelle grandi realtà ospedaliere si è ritrovato a dover modellare il proprio contesto alle necessità di cura e isolamento per combattere l’infezione e la diffusione del virus. Ogni realtà si è trasformata a tempo record e, pur attuando tutto ciò che era possibile, ogni singolo contesto è stato travolto come da un’onda tzunami da un fenomeno così potente e violento da aver messo in ginocchio anche la realtà più efficienti. Un quadro apocalittico agli occhi dei sanitari travolti dall’onda: un numero altissimo di casi di malattia, contagi in costante aumento, effetti devastanti della malattia sui pazienti, evoluzione velocissima della malattia con altissimi numeri di exitus, posti letto non sufficienti, DPI appena sufficienti da garantire una protezione agli operatori sul campo.

 

Appena ci si è resi conto di cosa stava succedendo, ecco i primi casi di malattia anche tra i sanitari; i casi asintomatici già ricoverati prima dell’emergenza, hanno fatto sì che gli operatori si ammalassero e a loro volta, asintomatici, diffondessero inconsapevolmente il virus ad altri colleghi. Da qui l’effetto domino, uno dopo l’altro, un numero importante di operatori malati con sintomi ascrivibili al Corona Virus crolla, ed è emergenza risorse umane. Appena si sta meglio si torna in servizio, niente tampone, non ce ne sono abbastanza, serve rientrare, i reparti sono al collasso. I casi di decesso sono altissimi e non si fermano; la situazione è sempre peggio, iniziano i casi di morte tra i sanitari e la cura non si trova, si gestiscono segni e sintomi e si cerca di mantenere in vita….

 

 

La relazione con le famiglie dei ricoverati

Mentre si combatte si trova anche il tempo di mantenere i contatti con i familiari, costretti a stare lontano; loro, spesso, sono la forza che aiuta i pazienti a combattere, a non mollare! Si cerca di dare conforto a queste persone “sole” alla quale, per contenere il rischio del contagio, è stata tolta anche la possibilità di morire accompagnati dalla vicinanza del proprio caro. Si continua, giorno dopo giorno… la situazione è sempre più preoccupante.

 

Tanti decessi… troppi…un numero incontenibile, non bastano neppure gli spazi nelle camere mortuarie. Dopo l’ultimo respiro, le salme vengono subito avvolte in un lenzuolo e portate via… dove non si sa…dove c’è posto, su un camion militare diretto a… Questo hanno visto gli occhi dei sanitari, ore e ore di questo scenario, impotenti di fronte a tale aggressività, increduli di non avere armi efficienti per combattere questo nemico, inermi di fronte a quegli occhi terrorizzati, impreparati a vivere una situazione d’angoscia di tale proporzione.

 

A distanza di mesi dall’esplosione dell’emergenza Coronavirus, la situazione sembra rientrare ma si è consapevole che il pericolo non è ancora passato. Adesso si fanno i conti con i ricordi, con le paure, con tutto ciò che ha lasciato un segno indelebile nella mente e nel cuore. Siamo sfiniti, delusi ed emotivamente fragili, chi più chi meno, chi lo ammette e chi lo nasconde, chi ne è consapevole e chi nemmeno se ne accorge.

 

Adesso si fanno i conti con i famigliari arrabbiati che vogliono risposte, che nemmeno chi era in prima linea è in grado di dare. Si è fatto quello che si è potuto e anche di più con le armi che avevamo, ore e ore chiusi in soffocanti DPI, lontani da casa per essere lì a rendere onore ai nostri doveri etici e deontologici, ad essere lì perché “te lo sentivi addosso come un bisogno”, perché “a non esserci sarebbe stato ancora peggio”.

 

E gli eroi che tanto sono stati decantati adesso sono finiti sul banco degli imputati. E tutto ciò fa male, tanto male, perché solo chi ha vissuto può capire. Nessuno vuole dei grazie, è nostro dovere ne siamo consapevoli, così come siamo consapevoli di aver fatto di tutto, ma proprio di tutto ciò che era in nostro potere. Nessun grazie ci meritiamo ma nemmeno un “crucifigge”.

 

 

Non è andato tutto bene

Un’intera generazione di saggi, che custodiva e tramandava la bellezza dei nostri valori e della nostra storia, ci è scivolata tra le mani e ci è stata strappata per sempre ai nostri affetti; proprio quella generazione di uomini, “i nostri nonni”, che fin da piccoli hanno vissuto un susseguirsi di periodi tremendi e che pensavano e speravano che la vita non li costringesse a doverne affrontarne ancora.

 

No, non è andato tutto bene.

 

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