1 Dicembre 2004 | Domiciliarità

L’habitat gerontologico tra passato e futuro. Il Progetto Synergy in Provincia di Varese

“Quaestio habitativa” e prassi sociale gerontologica

È scritto nel destino degli appassionati di gerontologia di dover assistere spesso impotenti ai grotteschi ritardi con cui le complesse macchine amministrative giungono a metabolizzare i contributi della ricerca, finendo spesso per realizzare opere giuste al momento sbagliato.

In particolare, per quanto riguarda l’habitat abbiamo assistito negli anni ’80 al proliferare selvaggio di strutture di ricovero per anziani quando tardivamente ci si è resi conto che la profezia demografica lanciata dai gerontologi degli anni ’70 si era ormai avverata in un contesto sociale ancora del tutto impreparato.

Successivamente è venuta, in particolare in Lombardia con l’adozione dei primi PSA, l’era della normativa e degli standard, un evento di incontestabile positività che nel giro di un ventennio ha prodotto tuttavia come nemesi un appiattimento progettuale e gestionale che ancora oggi mortifica ogni velleità sperimentale ove ancora ce ne fosse la volontà, portando all’attuale pletora di RSA replicanti che, con criteri gerontologici vecchi di almeno trent’anni, sono il fiore all’occhiello di grandi e (sempre più) piccole amministrazioni locali, fiere di aver realizzato la “propria” casa per anziani, proprio mentre la ricerca internazionale da almeno un decennio ne propone una revisione critica radicale.

Questa fiera obsoleta e pedissequa di RSA-modello con la sua armata di posti-letto non solo non rappresenta un elemento di progresso sociale come vorrebbero amministratori e politici, ma è un fenomeno di assoluta retroguardia culturale che con la sua ingente fagocitosi di fondi pubblici e privati rischia di mettere seriamente in crisi per molti anni una seria programmazione volta ad una transizione verso modelli realmente innovativi e al passo con una cultura gerontologica adeguata ai tempi.

Nulla infatti, come le scelte relative all’habitat, appare oggi così pregnante e rivelatore del “pedigree” della cultura gerontologica che lo sottende che proprio nelle opzioni delle soluzioni abitative si mette alla prova e dimostra la propria reale correttezza ed efficacia.

L’habitat per l’invecchiamento si presenta dunque come un momento strategico vitale per la nuova gerontologia sociale e la sua aspirazione a divenire scienza della società e non più semplicemente disciplina specialistica della vecchiaia.

 

Un nuovo habitat da una nuova gerontologia

È una stratificazione demografica assolutamente inedita per l’umanità quella che ci si presenta all’inizio di questo nuovo secolo: un profilo definito dalla compresenza nell’assetto sociale di cinque generazioni in pressoché totale equilibrio quantitativo, una “piramide delle età” divenuta ormai un parallelepipedo che nelle società occidentali minaccia addirittura una piramidizzazione al rovescio per la contrazione delle coorti dei nuovi nati.

Figura 1

E tuttavia, forse mai come in questo tempo, la percezione sociale e la coscienza individuale sono apparse così lontane da una comprensione unitaria e dinamica dell’arco di vita, con una frammentazione assoluta del progetto esistenziale per nicchie generazionali.

È come se l’imperante “dittatura del target” che governa i meccanismi della promozione commerciale delle società ad economia avanzata avesse penetrato coscienze individuali e politiche sociali al punto da conformare progetti di vita individuali ed ipotesi di lavoro sociale alla logica parcellizzata e dispersa di una weltanshaung per cui la vecchiaia continua a rappresentare un malaugurato incidente di percorso e non il naturale compimento del ciclo di vita, con il suo corollario di problemi che una visione delle cose realisticamente dinamica renderebbe prevedibili e affrontabili.

Sotto questo profilo la “cultura dell’arco di vita”, orizzonte emergente della nuova gerontologia sociale, non fa altro che riportare nei dovuti binari metodologici l’analisi e la progettazione sociale connesse con l’invecchiamento, ricontestualizzato nelle dinamiche evolutive del ciclo di vita personale e delle transizioni generazionali in seno alla società.

Quello che emerge è un approccio gerontologico meno specialistico e geriatrizzato, ma senz’altro più ricco di indicazioni teoriche e sperimentali foriere di contenuti e innovazioni nella progettazione sociale.

Che l’oggetto della gerontologia debba ormai essere traslato dalle politiche per gli Anziani ad una politica della società in cui “anche” l’invecchiamento debba essere ricompreso è concetto acquisito e consolidato, tanto da essere stato ufficializzato dall’ONU stessa quando nel 1999 ha inteso connotare l’anno dell’Anziano con l’ormai notissimo “ towards a society for all ages”, a indicare che non esistono più strategie per la vecchiaia che possano prescindere da una metodologia transizionale dell’intero assetto societario.

Figura 2

Quella che solo una decina d’anni fa in Europa con il termine “intergenerazionalità” esprimeva semplicemente una geniale, ma limitata intuizione circoscritta all’animazione sociale è diventata in pochissimo tempo una fondamentale ipotesi di lavoro, una elementare, ma radicale, rivoluzione culturale in seno alla gerontologia sociale istituzionale.

L’assunzione di una prospettiva “societaria” nel lavoro di progettazione gerontologica ha spalancato le porte ad una revisione ampia ed articolata di contenuti e metodologie: non più dunque politiche sociali per il “settore anziani”, ma strategie di integrazione multigenerazionale, non più case per anziani, ma habitat evolutivi fruibili anche dagli anziani, non più progetti di strutture socio-sanitarie-terminal per l’emergenza, ma attivazione di reti di housing sociale per la prevenzione.

È finalmente l’irruzione nella cultura della programmazione sociale di un concept dinamico della vecchiaia, visualizzata per quello che è realmente: un percorso e non uno stato, un processo ricco di elementi predittivi e precondizioni e non una condizione statica.

Figura 3

Su questi elementi dinamici si gioca la resistenza della popolazione anziana alla potenzialità catastrofica della decadenza biologica e della fragilità economica, la cui espressione presenta notevoli gradi di variabilità, apparentemente inspiegabili con la semplice oggettiva intensità dell’evento penalizzante.

 

“Toward a society for all ages…”

L’azione intergenerazionale non rappresenta dunque né una buona intenzione né una semplice filosofia esistenziale: il suo fine è la programmazione sociale, la realizzazione di supporti progettuali, metodologie operative e processi formativi in grado di sostenere e promuovere sul terreno reale delle operazioni quelle sinergie della rete relazionale personale e sociale che rappresentano l’unica garanzia per un processo di invecchiamento non catastrofico della comunità sociale.

Sotto questo profilo una progettazione convertita all’origine alle sinergie di rete e all’interazione generazionale, consapevole della dinamicità evolutiva dei processi di invecchiamento ed aperta alla più ampia interattività con l’intero medium societario, rappresenta una premessa indispensabile e una garanzia.

Una progettazione dell’habitat finalizzata alla ricostruzione di un medium sociale in via di estinzione, oggi che l’unico vero medium societario sembra essere il villaggio virtuale televisivo, tirannico erede dei substrati territoriali e sociali che hanno offerto alle generazioni passate il senso di una contestualizzazione sociale e dell’appartenenza alla vita stessa.

(La fruizione intensiva dei grandi supermercati da parte degli utenti forse meno forniti economicamente, i pensionati, non tradisce forse il bisogno di una contestualità sociale inconsciamente omogenea con i linguaggi e le icone del grande fratello telematico, estremo e indiscusso mediatore dell’appartenenza individuale al flusso dei tempi?).

Figura 4

Considerata l’importanza strategica fondamentale dell’habitat per l’identità personale e i legami di rete, la progettazione “culturally correct” di spazi re-inventati per l’abitare in sicurezza, la socialità e l’intermediazione pubblico-privato appare assolutamente emblematica come banco di prova per la verifica di ogni ipotesi globalista sull’invecchiamento.

L’impegno strettamente culturale della Fondazione che rappresento, concretizzatosi negli anni nella promozione di centinaia di laboratori intergenerazionali nelle scuole e nelle case di riposo, nella pubblicazioni di libri e ricerche, creazione di eventi sociali e artistici e in un consistente impegno formativo, in questi ultimi anni è andato naturalmente estendendosi alla progettazione legata all’habitat, identificata come uno dei più rilevanti punti nodali della ricerca gerontologica e delle politiche sociali del futuro prossimo.

“Una politica puramente custodiale, che non preveda qualche sorta di riorganizzazione sociale per frenarne la caduta, è destinata a fallire; una politica di mera prevenzione è velleitaria”.

Tra questi due poli, lapidariamente fotografati da Giuseppe Micheli nella lucida analisi della su “Social Survey” sul territorio milanese pubblicata nel 2002, si colloca il terreno di coltura di una progettazione sociale destinata a fornire risposte efficaci a quelle “centomila persone ultrasessantacinquenni in Lombardia non istituzionalizzate istituzionalizzate, ma con problemi di autonomia funzionale”, pronte a trasformarsi in “domande (potenziali) di ricovero”.

In questo spazio di intermediazione tra un domicilio privato a proprio rischio e pericolo ed un’istituzionalizzazione spesso contrassegnata dalla depauperazione dell’identità e dalla marginalizzazione sociale si colloca la sperimentazione di nuove forme di residenzialità protetta, mutuate dall’estensione al territorio delle acquisizioni più emblematiche della ricerca europea.

Tra queste il concept progettuale e la sperimentazione su vasta scala territoriale degli insediamenti residenziali del progetto di housing sociale “Synergy”.

 

Housing sociale evolutivo: il progetto Synergy

La necessità di identificare livelli intermedi di habitat al fine di tutelare le risorse “di rete” riguardo alla popolazione senescente, attualmente in bilico tra una domiciliarità a rischio e la disfatta dell’istituzionalizzazione, è il primum movens della ricerca e delle sperimentazioni che hanno portato alla definizione del progetto “Synergy”.

Il progetto nasce da un partenariato tra un polo di ricerca-sperimentazione sociale (Fondazione il Melo), un polo istituzionale (Amministrazione Provinciale di Varese) e un polo progettuale-realizzativo (ALER Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale di Varese) con la partecipazione attiva di una decina di Enti Locali del territorio provinciale sede degli insediamenti residenziali sperimentali.

Figura 5

Il progetto affonda le sue radici nella sperimentazione europea dell’ultimo decennio in materia d’habitat a destinazione gerontologica e più in generale nelle esperienze del social-housing internazionale. Il congresso internazionale “Où habitera la personne agée du troisième millenaire?” del 1999 promosso da Melo (Italia), Université Catholique de Louvain (Belgio) e Institut Pluridisciplinaire d’Etudes Sociales (Francia), patrocinato dall’ONU e finanziato dall’UE, con i suoi oltre cento relatori di tredici Paesi e le dieci giornate di lavoro congressuale ha portato in luce le acquisizioni più avanzate sull’habitat a destinazione sociale, rappresentando un crogiuolo ideale di conoscenze teoriche e know-how sperimentale. Da questa grande antologia internazionale sono state tratte le linee di tendenza ritenute più interessanti sotto il pro- filo della generalizzazione e della riproducibilità su larga scala, con approfondimenti progettuali che hanno dato il via ad un’opera editoriale in tre volumi “Una società per tutte le età: il tempo del possibile” pubblicata e diffusa con il contributo dell’UE in tre lingue nel 2000. Il progetto Synergy costituisce il terzo e più importante anello di questa catena di ricerca, rappresentandone la fase decisiva in tema di riproducibilità dei modelli sperimentali evidenziati dalla ricerca. L’itinerario progettuale, avviato nell’estate del 2001, prevede infatti la realizzazione su vasta scala territoriale di tre modelli sperimentali di housing sociale ritenuti particolarmente innovativi sul piano culturale ed operativo: l’habitat evolutivo, il progetto “canguro” e le residenze autogestite.

Il comune denominatore socioculturale dei tre sottoprogetti selezionati per la diffusione territoriale si colloca nella comune aspirazione a valorizzare le risorse delle reti informali della solidarietà sociale attraverso l’evocazione di sinergie naturali e sociali a favore delle fasce più deboli della popolazione.

In perfetta sinergia con le sempre più pressanti “raccomandazioni” dell’Unione Europea”, Synergy intende contribuire ad affrontare i problemi indotti dall’invecchiamento demografico e dall’emergere di nuove povertà legate all’inurbamento e all’immigrazione con un intervento che rende la solidarietà sociale progetto, restituendo dignità logistica e contrattuale alle risorse umane naturalmente presenti nel contesto societario. I tre sottoprogetti, che risultano quasi sempre integrati tra loro nelle diverse realizzazioni locali, si muovono sinergicamente nella direzione di conferire dignità di progetto e di contratto sociale alle solidarietà familiari e di prossimità con una spiccata caratterizzazione intergenerazionale ed interetnica, rivolgendosi con una progettualità specifica alla famiglia d’origine (habitat evolutivo), alle famiglie “fragili” o immigrate (progetto canguro) e agli anziani stessi in veste di protagonisti (residenze autogestite per il self-help). Il progetto architettonico-logistico si muove in stretta relazione con una rigorosa progettazione sociale parallela che ne costituisce ad un tempo la premessa e la garanzia, essendo il progetto destinato a coprire la vasta area problematica tra il domicilio e l’istituzione la cui protezione è attualmente completamente disattesa dalle politiche sociali.

Il requisito fondamentale di un insediamento residenziale destinato a persone che invecchiano è la “plasticità”, cioè la capacità di adattarsi a fornire risposte assistenziali adeguate alle inevitabili modificazioni dell’autonomia personale destinate a verificarsi nel tempo nei residenti.

Il progetto SYNERGY prevede la realizzazione su scala territoriale di comunità residenziali progettate per mantenere al proprio domicilio, in condizioni di completa sicurezza, Anziani anche con limitazioni parziali o totali dell’autosufficienza subentrate all’inserimento nella residenza.

Questo servizio permette di prevenire il ricovero in R.S.A., fornendo un’assistenza professionale adeguata ai differenti livelli di compromissione psico-fisica degli Ospiti, limitando la necessità di ricorrere all’istituzionalizzazione ai soli casi estremi.

La presa in carico dell’Anziano è garantita da Operatori specializzati e famiglie affidatarie con funzioni di “caregiver”, formati alla relazione e all’assistenza attraverso corsi specifici teorici e pratici. Questa modalità operativa soddisfa dunque al contempo l’esigenza socio-assistenziale dell’Anziano e la necessità di assicurare alloggi e posti di lavoro a nuclei familiari socialmente fragili. La residenza è destinata ad Anziani, singoli o coppie, che intendono avvalersi dei servizi generali di protezione e monitoraggio offerti dall’insediamento nella sua globalità.

Oltre ad un adeguato supporto logistico e domotico, questa soluzione abitativa offre importanti garanzie di sicurezza e socialità mutuate dal sistema di vigilanza assistenziale e dai servizi di supporto propri dell’insediamento nella sua globalità. La contestualizzazione dei servizi di supporto e l’inserimento degli alloggi nella rete-televita dell’insediamento con guardia permanente in loco 24 ore su 24 costituiscono gli elementi strutturali più qualificanti di questo livello abitativo.

Ulteriori esigenze di presa in carico personali possono essere affrontate sia attraverso i presidi di supporto socio-sanitario degli spazi a tipologia Centro Diurno, che usualmente integrano gli insediamenti, sia con l’assunzione da parte delle Famiglie Affidatarie di specifici compiti assistenziali.

In particolare alle “famiglie canguro” possono essere affidati ruoli a progressiva intensità assistenziale, dal monitoraggio alla presa in carico totale.

Nel “monitoraggio” l’obiettivo delle prestazioni erogate da parte della famiglia affidataria è quello di mantenere il livello di autonomia dell’Anziano, di attivare le possibilità latenti e di potenziare le abilità residue attraverso semplici sinergie quotidiane programmate, assicurando l’intervento nelle 24 ore in caso di eventi critici: controllo dell’adeguatezza del “self-care”, supervisione sulla corretta gestione ambientale e domestica, mantenimento e attivazione di una idonea rete relazionale e sociale.

Un livello successivo prevede l’attivazione di interventi protesici mirati alla stimolazione di abilità residue: supporto al self-care, supervisione per alzate allettamenti e pasti, interventi di sostegno nella gestione ambientale e domestica, oltre alla tutela relazionale e sociale e alla sicurezza continuativa per eventi critici.

Nella presa in carico più intensiva l’obiettivo delle prestazioni erogate da parte della famiglia affidataria è quello di accudire l’Anziano in ogni sua necessità, attraverso interventi assistenziali stabili e continuativi mirati al mantenimento delle condizioni di partenza nonché alla stimolazione di eventuali abilità residue, assicurando come sempre l’intervento nelle 24 ore in caso di eventi critici: assistenza al “care”, alzate e allettamenti, allestimento pasti e supporto all’alimentazione, gestione ambientale e domestica, socializzazione.

In caso di variazioni sostanziali osservate nel carico assistenziale, l’“House Keeper” o la famiglia affidataria segnalano l’avvenuto cambiamento al Garante di Processo che provvede alle opportune valutazioni in èquipe per la ridefinizione delle nuove esigenze assistenziali emerse e l’attivazione di specifici strumenti di supporto.

Qualora la valutazione delle condizioni psico-fisiche di un Residente di un insediamento dovesse evidenziare un peggioramento, il Garante di Processo valuta la possibilità di intensificare gli interventi assistenziali diretti nell’ambito dell’alloggio di residenza o ricorrendo ai posti-letto d’emergenza dell’astanteria.

Qualora la compromissione sia connotata come non autosufficienza ingestibile a domicilio, o è aggravata da importanti problemi sanitari o demenza, la Rete SYNERGY garantisce comunque la continuità assistenziale attraverso il ricovero (temporaneo o definitivo) nell’RSA. del “Melo” che assicura una pronta recettività, in attesa di programmare un eventuale trasferimento in altra Struttura Residenziale competente per territorio.

Per raggiungere l’obiettivo di una reale prevenzione dei ricoveri impropri nelle strutture socio-sanitarie residenziali il progetto sociale procede dunque attraverso analisi di processo e protocolli operativi e formativi assolutamente rigorosi e riproducibili, mentre la progettazione architettonica, fondata su modelli base dai requisiti essenziali, presenta un’articolazione territoriale estremamente variabile, improntata alla massima flessibilità per l’inserimento urbanistico e sociale degli insediamenti.

 

Un “ponte” tra ricerca e territorio

La sostanziale unicità dell’intervento, da cui l’intero progetto trae grandi motivi d’interesse è rappresentata dall’inedita ampiezza del territorio sperimentale, che costituisce il vero banco di prova di quei modelli emblematici che, pur consacrati dalla ricerca e dai consensi congressuali, per la prima volta si mettono in gioco sulla grande dimensione territoriale.

Il partenariato di ALER (ex Istituto Autonomo Case Popolari) in particolare rappresenta un elemento di grande importanza prospettica, non solo per il notevole know-how progettuale ed operativo dell’Azienda, ma soprattutto per la possibilità di consolidare un ponte stabile tra la ricerca teorica con i suoi modelli sperimentali e la progettazione standard su vasta scala nelle diverse realtà del territorio.

Grazie all’assunzione istituzionale della Provincia di Varese sono stati reclutati per la rete territoriale 10- 12 Comuni candidati alla realizzazione di altrettanti progetti locali, con un investimento globale previsto intorno ai 17-20 milioni di Euro, a fronte di centinaia di unità abitative.

Gli outcome attesi dalla realizzazione del progetto sono focalizzati prima di tutto sulla riproducibilità dell’esperienza, quindi sulla validazione dei processi e dei protocolli, sulla loro efficacia operativa e sull’“esportabilità” del metodo in situazioni sociologicamente diverse.

In ogni caso la verifica più sostanziale sarà la constatazione critica dell’impatto con la realtà territoriale di un livello di progettazione che finora è rimasto confinato alla ricerca e alla sperimentazione emblematica ma che solo ora, per la prima volta, si misura con la riproduzione sistematica su vasta scala di una programmazione istituzionale.

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