Mutamenti delle famiglie, mutamenti dei modelli di cura

1 Dicembre 2005 | Reti informali

Mutamenti delle famiglie, mutamenti dei modelli di cura

Le trasformazioni delle tipologie familiari

Se gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da fortissimi mutamenti della struttura della popolazione e da un incremento della popolazione anziana, altrettanto rilevanti sono state le trasformazioni delle strutture familiari. In Italia, tra il 1961 e il 2001, la popolazione è aumentata di circa il 20%, ma le famiglie sono più che raddoppiate, col risultato di una forte contrazione del numero medio di componenti per nucleo, sceso da 4,4 a 2,8.

 

Diversi i fattori che stanno alla base di tale “assottigliamento” delle famiglie.mIl primo rimanda alla diminuzione delle nascite e, quindi, alla minor incidenza di famiglie con molti figli e all’aumento di coppie senza figli (Barbagli et al, 2003). Sono inoltre aumentate altre due tipologie che, per motivi speculari, non vedono, al loro interno, la presenza di figli. Una è costituita dalle coppie di recente costituzione che, a causa del prolungamento dell’intervallo tra matrimonio e procreazione, non risultano aver ancora avuto figli al momento del censimento; l’altra, decisamente maggioritaria, è costituita dalle coppie anziane i cui figli, nonostante l’affermarsi di un modello di famiglia “lunga”, in cui i giovani tendono a protrarre la loro permanenza nella casa dei genitori, hanno costituito un’autonoma famiglia.

 

Un secondo fattore è riconducibile al processo di nuclearizzazione, ossia alla frammentazione delle famiglie estese e alla costituzione di più nuclei familiari autonomi. Per cogliere la portata di tale processo, basti ricordare che, mentre ancora nel 1961, le famiglie estese (composte da più nuclei familiari o da un nucleo con al suo interno membri aggregati) costituivano quasi il 20%, attualmente esse sono meno dell’8%. Questa contrazione è da attribuire, in larga misura, al fatto che le persone anziane, anche una volta rimaste senza partner, continuano a vivere indipendentemente e sempre meno si inseriscono nella famiglia dei figli. Altri due fattori che hanno ridimensionato le famiglie estese sono la scomparsa di nuclei composti da fratelli o sorelle e una netta accentuazione della scelta “neo-locale” dei nuovi nuclei coniugali, ossia il fatto che praticamente “tutte” le coppie vanno ad abitare, al momento della loro costituzione, in un’abitazione autonoma rispetto a quella dei propri genitori.

 

Infine, giocano sulla diminuzione del numero medio dei componenti la minor propensione al matrimonio e l’aumento di separazioni e divorzi, cui sono riconducibili l’incremento di celibi e nubili e di famiglie monogenitoriali (Zanatta, 1997; Saraceno e Naldini, 2001).

 

Il risultato di questi processi è ben evidenziato dal confronto tra le distribuzioni percentuali delle famiglie nei diversi censimenti a seconda del numero dei componenti. Particolarmente evidenti sono l’aumento dei nuclei composti da un’unica persona e il ridimensionamento di quelli più numerosi: i singles sono saliti da meno del 10% del totale dei nuclei, a oltre il 25%; le famiglie composte da almeno cinque o più componenti sono scese da oltre il 25% a meno dell’8% del totale (Tabella 1).

Tabella 1 – Numero di famiglie residenti per numero di componenti in Lombardia e in Italia ai censimenti (1961-2001) in valori %

Ben diversa è, ovviamente, la distribuzione dei dati se si considerano non le famiglie, ma la popolazione. La maggioranza della popolazione – il 60,6%- continua infatti a vivere in nuclei composti da entrambi i genitori e dai figli, mentre il 16,8% vive in coppia senza figli e l’8,9% in nuclei monogenitoriali. La percentuale di chi vive in famiglie ‘unipersonali’ scende quindi a valori attorno al 10% – 9.4% se si considerano quelli che vivono ‘soli’, 11,5% se si considerano anche quelli che vivono con non parenti (Tabella 2).

 

Ma i dati mostrano anche una fortissima differenziazione delle tipologie familiari a seconda della classe di età. Tra gli anziani infatti, le coppie con figli lasciano il posto alle coppie senza figli, e la quota di chi vive da solo sale al 27,3%. Alla percentuale di chi vive “solo” è poi da cumulare la percentuale, pari al 4,5%, di chi vive con “non parenti”, dato che per le persone anziane tale tipologia, in forte crescita, è riconducibile, nella grande maggioranza dei casi, a coabitazioni con persone di servizio, ovvero con “badanti”. Certo, in questi casi non si tratta di una effettiva solitudine, dato che la persona anziana vive con qualcuno che, oltre a essere presente, la accudisce; tuttavia, le convivenze che vengono in tal modo a costituirsi ben difficilmente possono essere considerate “famiglie”, non solo perchè alla base c’è un rapporto contrattuale di tipo economico, ma anche in quanto, in non pochi casi, si tratta di un rapporto temporaneo, che permane solo pochi mesi.

 

Inoltre, è appena il caso di ricordare che poiché quasi tutte le “badanti” provengono da altri paesi, non solo il loro livello di conoscenza della lingua italiana è spesso assai modesto, ma che anche abitudini e stili di vita non necessariamente sono omogenei con quelli della persona anziana. Ne deriva che, anche se le persone anziane che vivono in queste situazioni non sono anagraficamente “sole”, la loro quotidianità può essere connotata da una ridotta possibilità di comunicare e da un vissuto non molto dissimile di chi vive anagraficamente “solo”.

 

Se consideriamo queste convivenze assimilabili alle effettive “solitudini”, la quota di anziani “soli” raggiunge dunque il 31,8% (Tabella 2)

Tabella 2 – Tipologia familiare della popolazione italiana

La probabilità di vivere “soli”, o con ‘non-familiari’ diventa molto più elevata per i grandi anziani e per le donne (Tabella 3). Vive in queste tipologie il 19,9% e il 3,5% dei 65-74enni, ma il 44,5% e l’8% degli ultraottantacinquenni; il 13,7% e il 2,4% degli uomini, ma il 37,1% e il 7,7% delle donne (Tomassini e Glaser, 2003)

 Tipologia familiare anziani per classi di età
Tabella 3 – Tipologia familiare anziani per classi di età

Tali differenze sono da mettere in relazione con la maggior probabilità che hanno di rimaner vedovi i ‘grandi anziani’ da un lato, le donne dall’altro : nel 2001 era vedovo il 17,4% dei 65-69enni e il 68% degli ultraottantacinquenni; il 13% degli uomini e il 50,5% delle donne. Certo, su questi dati influisce la stessa maggiore presenza di donne nelle fasce di età più elevate, ma incide anche la diversa struttura che i corsi di vita femminili hanno avuto rispetto ai corsi di vita maschili, come dimostrano i dati a parità di classe di età. Ad esempio, nella classe d’età 65-74anni quasi un terzo delle donne vive al di fuori di un rapporto di coppia, “da sola”, in quanto è o vedova, o nubile, o separata-divorziata, mentre tra gli uomini ciò riguarda poco più del 10%; dopo gli 85 anni la condizione di solitudine riguarda oltre il 60% delle donne e il 31% degli uomini.

 

Se cruciale è il ruolo giocato dal sesso e dalla classe di età, occorre anche rimarcare il ruolo giocato dal contesto territoriale e dai modelli culturali in essi prevalenti. Le condizioni di solitudine degli anziani aumentano infatti nelle grandi città, specie delle regioni nord-occidentali. A Milano, ad esempio, tra gli over 65, la quota dei soli raggiunge il 34.5% -ma supera il 44% per gli ultra 75enni; di poco inferiori i dati di Roma, Torino o di Bologna – città che, pure, fino al Censimento precedente, mostrava una quota di anziani soli inferiore alla media nazionale.

 

Infine, un ruolo non secondario è svolto anche dalle condizioni sociali individuali e della propria famiglia. I dati rilevati dalle indagini Multiscopo, che l’Istat effettua sistematicamente da ormai vent’anni, evidenziano infatti come la condizione di solitudine aumenti tra i ceti più scolarizzati. Su questa differenziazione giocano due fattori. Il primo è che sono stati soprattutto i ceti più scolarizzati e con un più elevato status sociale, e residenti nelle regioni settentrionali, specie nelle grandi città, ad adottare anticipatamente, e in modo più marcato, comportamenti demografici e familiari innovativi, certamente più improntati a valori di libertà e di autorealizzazione ma che, in età anziana, espongono maggiormente al rischio di un minor inserimento nelle reti familiari. Il secondo fattore è costituito dal fatto che mentre per i nuclei disagiati il reddito dell’anziano, costituito dalla sua pensione, piuttosto che dall’assegno di accompagnamento o di cura, può rappresentare, pur se modesto (Cer, 1996), una risorsa non secondaria per il bilancio familiare (Gambardella, Morlicchio, 2005), per le famiglie agiate tale reddito, anche se più elevato, difficilmente modifica la complessiva disponibilità economica. Ne consegue che l’accettazione dell’anziano nel nucleo dei figli adulti può essere sostenuta, nelle famiglie di modesto livello sociale, anche da considerazioni di carattere economico.

 

Il risultato è che, mentre in passato, il vivere ‘non’ in famiglia riguardava soprattutto le fasce più povere della popolazione anziana che, con la perdita della capacità lavorativa, diventavano un “carico” economico per i propri figli, attualmente tale condizione interessa maggiormente chi ha condizioni sociali elevate, anche per l’ampia possibilità di ricorrere a “badanti” che permette, all’anziano di rimanere a casa. La presenza di una badante consente di evitare l’istituzionalizzazione che, specie in un paese con una cultura “familista” come il nostro, tende a comportare un vissuto molto problematico sia per l’anziano che per i suoi familiari.

 

Persistenza e trasformazioni delle reti familiari

Certo, il dato anagrafico non rileva tutti quei casi in cui le persone anziane, pur abitando da sole, vivono vicino ad altri familiari, e in particolare ai figli: vale a dire che non necessariamente la solitudine anagrafica si traduce in un isolamento sociale e in un ridotto inserimento nella rete dei rapporti primari. Come emerge da numerose ricerche, i legami di solidarietà tra le generazioni continuano ad essere forti, agevolati del resto dalla frequente vicinanza abitativa di genitori anziani e di figli adulti (Facchini 1997, Cioni 2000). D’altro canto, come noto, la grande maggioranza di anziani non-autosufficienti continua ad essere accudita “nella” e “dalla famiglia”. Tuttavia, questi dati, pur non precludendo la rilevanza di quella che è stata definita “la famiglia estesa modificata”, implicano che, nella vita quotidiana, le persone anziane, specie le donne, devono affrontare forti problemi di solitudine e che non necessariamente trovano tra i loro familiari il sostegno a esse necessario per le incombenze di cura della casa e della propria persona (Facchini 2004).

 

Tali considerazioni acquistano maggior forza se si considera che si sta assistendo ad un tendenziale indebolimento della tradizionale rete di sostegno costituita dalla parentela non convivente. I dati dell’ultima Indagine Multiscopo effettuata dall’Istat nel 2003 rileva infatti, per gli anziani, un aumento della quota di chi ha una rete parentale “rarefatta” – che appare inoltre soggetta ad un invecchiamento e ad un’aumentata presenza di componenti con problemi di limitata autonomia. Tale rarefazione è più accentuata per gli anziani soli, specie se celibi, nubili, separati o divorziati, mentre è decisamente attenuata per chi vive in coppia e per i vedovi. “Il 51,5% degli anziani celibi/nubili presenta una rete parentale “rarefatta” (nessun parente o nessun parente incontrato almeno una volta a settimana; un valore questo che raggiunge il 62% nel centro delle aree metropolitane.

 

I vedovi soli presentano una rete rarefatta in misura molto minore (13,3%).” (Istat, 2005, pagg. 279)” Certo, il peggioramento rispetto ai valori rilevati nella precedente indagine è limitato, ma limitato è anche il periodo di tempo intercorso tra le due indagini. Più evidente appare infatti il mutamento se si considera un periodo temporale più lungo, come nel caso degli aiuti ricevuti in caso di necessità: sempre le Indagini Istat rilevano che le famiglie con almeno un componente con oltre 65 anni che hanno ricevuto aiuti sono scese dal 28,9% del 1983 – anno della prima Indagine, al 18,3% del 2003. In diminuzione, pur se in modo molto più attenuato è anche la quota di grandi anziani che ha ricevuto aiuti, scesa dal 35,6%, al 31,4%.

 

Verso nuovi modelli di presa in carico?

Se la famiglia continua dunque tuttora costituire l’asse cruciale nella cura agli anziani non autosufficienti, i mutamenti in atto fanno prevedere che non necessariamente questo ruolo continuerà a permanere nei prossimi anni. Due, in particolare, gli elementi che renderanno il ruolo della famiglia sempre meno scontato: la verticalizzazione delle reti familiari, il mutamento socioccupazionale. Entrambi particolarmente evidenti in questa regione.

 

Con il primo elemento ci riferiamo al fatto che mentre i grandi anziani di oggi hanno avuto mediamente da un lato “lunghi” e stabili matrimoni, dall’altro almeno due figli, i 60-70enni, e ancor più le generazioni che seguono, specie dei ceti scolarizzati, nelle regioni settentrionali e nei contesti urbani, hanno avuto sia matrimoni più instabili, sia un minor numero di figli. Analogo è stato il decremento per quanto riguarda fratelli e sorelle: numerosi per le classi di età più anziane, meno presenti per quelle più giovani. Ne consegue che mentre gli “attuali” grandi anziani hanno reti familiari ricche di “legami forti” (Micheli 2002), e quindi tendenzialmente solide, i “futuri” grandi anziani avranno reti familiari assai meno ricche, più frequentemente composte da pochi componenti: minore sarà dunque la possibilità che essi trovino, all’interno del loro contesto familiare, i supporti necessari in caso di non autosufficienza.  Almeno altrettanto rilevanti i mutamenti socioccupazionali: da un lato si registra un incremento dei tassi di occupazione femminile, dall’altro si sta innalzando, per uomini e donne, l’età al pensionamento.

 

Consideriamo dapprima il tasso di occupazione femminile, che attualmente, è pari, nella classe di età 20-64 anni, al 34,4%. In realtà, considerando le specifiche classi di età decennali, si rileva che nelle classi di età più giovani si assiste, anche per le donne coniugate con figli, a una massiccia permanenza nel mercato del lavoro (Tabella 4).

Tabella 4 – Tasso di occupazione femminile per classi di età – Italia, 2003

Queste modifiche dei tassi di occupazione femminile si intrecciano con quelli del sistema pensionistico (Ferrario, 2005): come noto le riforme degli ultimi anni prevedono sia una graduale scomparsa delle pensioni di anzianità, sia il mutamento del calcolo dell’importo delle pensioni e il passaggio ad un modello contributivo. Tali mutamenti sempre meno permetteranno, o almeno disincentiveranno fortemente uscite “anticipate” dal mercato del lavoro, e il loro effetto sarà ancora più consistente per le donne, che maggiormente hanno usufruito, finora, di pensionamenti anticipati.

 

Nel prossimo futuro, quindi, da un lato le donne “giovani-adulte” sempre meno usciranno, a seguito del matrimonio o della nascita dei figli, dal mercato del lavoro, ma assumeranno modalità di permanenza sostanzialmente simili a quelle maschili, a seguito dei mutati modelli di identità femminili (Leccardi 1996, Villa, 2004); dall’altro sempre più le donne “tardo-adulte”, protrarranno la loro permanenza nel mercato del lavoro a seguito delle trasformazioni del sistema pensionistico. Il risultato di questo duplice mutamento sarà che la quota di donne tardo-adulte non occupate, in quanto casalinghe o pensionate, si contrarrà, per lasciar spazio a lunghe permanenze nel mercato del lavoro.

 

Ma questi mutamenti avranno una grande portata sul sistema delle cure familiari. Infatti, mentre attualmente le donne di 50-60 anni, che rappresentano le principali fornitrici del lavoro di cura (Twigg 1993, Facchini 2001), hanno, proprio in quanto “non” presenti nel mercato del lavoro, una disponibilità oggettiva a prendersi cura dei grandi anziani (in qualità di figlie o di nuore), nel prossimo futuro i mutamenti in atto nel sistema occupazionale tenderanno ad appannare tale disponibilità. Se si considera che tale minore disponibilità “oggettiva” delle donne si intreccerà da un lato con un incremento dei grandi anziani e delle condizioni di “lunga” non autosufficienza, dall’altro con i processi di nuclearizzazione e di “fragilizzazione” delle reti familiari, è facile prevedere un aumento della pressione verso il sistema dei servizi o, comunque, verso il sistema extra-familiare della “cura”.

 

Vale a dire che se il modello italiano della presa in carico delle persone anziane è stato fino a ora fortemente centrato, come del resto in molti altri paesi mediterranei, sulla famiglia e sulla tenuta delle solidarietà tra le generazioni (Esping-Andersen 1990), l’insieme dei mutamenti in atto comporterà la necessità di un ripensamento complessivo e l’individuazione di strategie in grado di coniugare le crescenti necessità degli anziani non autosufficienti con le trasformazioni familiari e occupazionali in atto.

 

Certo, una soluzione potrebbe essere quella di ricorrere in misura crescente al lavoro di servizio fornito da immigrati, ma occorre anche rimarcare che, attualmente, tale ricorso è reso possibile sia dall’estrema povertà in cui versano le popolazioni che vivono nelle aree da cui queste persone provengono, sia da condizioni economiche degli anziani italiani relativamente tranquille. Ma non necessariamente lo scarto, attualmente così forte, tra il reddito medio italiano e quello dei paesi di immigrazione continuerà a essere tale nei prossimi anni. Da un lato i processi di allargamento della comunità europea, da cui provengono molte immigrate occupate nel lavoro di cura, fanno ipotizzare processi di crescita economica, e quindi di adeguamento retributivo, in questi paesi; dall’altro non è scontato che le condizioni economiche degli anziani italiani continuino a renderli in grado di ricorrere a tali sostegni.

 

Certo, le politiche di sostegno alla domiciliarità che si sono sviluppate in questi ultimi decenni hanno affettivamente svolto un’importante funzione di “filtro” nei processi di istituzionalizzazione, e hanno comportato una drastica contrazione di quei ricoveri “impropri” che, precedentemente a questi interventi, costituivano, invece, la maggioranza dei casi. Sembra però difficilmente ipotizzabile che tali politiche possano continuare a essere sufficienti in presenza da un lato di un estendersi di condizioni di cronicità e di dipendenza e di un incremento di singleness, dall’altro di una situazione contrassegnata da processi di forte individualizzazione e dalla frammentazioni del tessuto sociale (Bauman, 2002, Beck, 2002).

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