Cicala, il borgo che cura e ripopola. Il modello CasaPaese

Cicala, il borgo che cura e ripopola. Il modello CasaPaese

Un piccolo Comune calabrese di 500 abitanti dal 2018 è Dementia Friendly Community e dal 2023 ospita CasaPaese, una struttura che riproduce al suo interno gli spazi del borgo, consentendo alle persone con demenza che vivono qui di ritrovare identità e appartenenza. Questa esperienza originale, che riduce la distanza fra luoghi di vita e luoghi di cura, sottolinea che l’ambiente può produrre pace e senso, nonostante la malattia: attraverso spazi familiari, libertà di movimento e relazioni autentiche con gli abitanti del borgo, le persone con demenza ritrovano un “perché” per vivere.

25 Settembre 2026

Numero 4-2026

di Elena Sodano (presidente Fondazione Ra.Gi. ETS)

Mastro Aiello si alza alle quattro di mattina. Lo fa da quando aveva vent’anni, da quando le mani impastavano il cemento per costruire case. Oggi ne ha ottantatre e la demenza ha consumato molti di quei ponti che collegano il presente al passato. Ma il rituale di alzarsi all’alba è rimasto. E così ogni mattina, quando ancora il paese di Cicala dorme, lui – uomo piccolo dallo sguardo severo – è già vispo e in piedi.  Ma mastro Aiello non è più nel suo cantiere: vive a CasaPaese e i suoi operai sono gli operatori socio sanitari che – senza contraddirlo o volere ad ogni costo riportarlo a letto – lo accompagnano al Bar Italia a bere un caffelatte con i biscotti e a fare due chiacchiere, come dei vecchi amici.

 

La CasaPaese di Cicala: contesto, origine e filosofia

Cicala è un Comune di poco più di 500 anime in provincia di Catanzaro, arroccato sull’Appennino calabrese, a pochi chilometri dall’altopiano della Sila. Come centinaia di altri piccoli centri del Sud è un Comune piccolo, con una popolazione in costante diminuzione, senza grandi attrattori economici, in lotta con le stesse difficoltà che affliggono tutta l’area interna del Mezzogiorno.

Nel 2018 questo piccolo borgo ha scelto di dedicarsi all’accoglienza di famiglie e di persone con demenza, diventando la prima comunità calabrese amica delle persone con demenza – una Dementia Friendly Community (DFC)1 – grazie a diversi elementi: l’apertura del centro diurno Antonio Doria, la formazione che le psicologhe della Fondazione Ra.Gi. hanno fatto ai commercianti dei sette piccoli negozi presenti a Cicala, la comunità religiosa, i cicalesi e tutti coloro che nella quotidianità entrano in relazione con le persone con demenza.

Fin da allora Cicala è stata la dimostrazione concreta che un altro modo di stare accanto alle persone con demenza è possibile, che la dignità di una persona fragile non è uno strumento programmatico, non può essere barattata con conteggi o bilanci e non si tutela solo dentro una struttura chiusa. La dignità di una persona con demenza passa attraverso il rispetto del suo essere, prima di tutto, una persona; passa attraverso la relazione che si costruisce nel mondo che la circonda e che attraversa ogni giorno, pur convivendo con una malattia neurodegenerativa. Il rispetto nei confronti delle persone malate si ritrova nella piazza, nel bar, nella bottega, nel saluto con una stretta di mano sincera.

Ma è nel periodo della pandemia da Covid che emerge una nuova consapevolezza: la chiusura forzata del centro diurno dà una diversa visione all’esigenza più grande, cioè quella di offrire risposte concrete alle famiglie. E così il 1° aprile 2023 viene inaugurata la CasaPaese per demenze di Cicala, una struttura socio-assistenziale autorizzata e accreditata, che ora accoglie 16 persone con diagnosi di demenza ed è gestita dalla Fondazione Ra.Gi. ETS2.

Figura 1 – Il logo di CasaPaese

C’è una frase del padre gesuita Mariano Carena che accompagna tutta la filosofia di CasaPaese: “Ci sono situazioni in cui curare l’anima di una persona è più importante che tenerla in vita”. Non è un’affermazione cinica; al contrario, è la possibile dimostrazione che il successo di vita di una persona non si può misurare solo in termini di sopravvivenza biologica, ignorando tutto ciò per cui vale la pena continuare a vivere.

Questa convinzione trova numerosi fondamenti scientifici in base ai quali diversi comportamenti problematici nelle persone con demenza – come l’agitazione, l’aggressività, il ritiro sociale – non sono espressioni dirette della malattia neurologica, ma risposte a condizioni ambientali e relazionali specifiche, come esperienze di dolore fisico non riconosciuto, disagio somatico non trattato, bisogno insoddisfatto di contatto corporeo e sociale, reazione alla noia e all’inattività prolungata. In altre parole, spesso non è la malattia, ma è l’ambiente a produrre il sintomo. Da questa evidenza discende un principio tanto semplice, quanto dirompente, che sta alla base di tutta l’organizzazione di CasaPaese: se un ambiente è capace di distruggere un individuo, un ambiente può anche riorganizzarlo e, in una certa misura, “guarirlo”.

Per le persone che abitano CasaPaese, la “normalizzazione” delle giornate – avere una routine, ruoli, spazi familiari da riconoscere, relazioni sociali – ha effetti misurabili sul loro benessere. Il loro cervello malato non può apprendere cose nuove, ma può ricordare quelle vecchie, se viene offerto il contesto giusto: il bar dove si prende il caffè al mattino o al pomeriggio, il barbiere con i suoi panni caldi dopo la rasatura, il negozio dove fare la spesa, il cinema. Sono tutti trigger mnemonici, stimoli sensoriali e relazionali che attivano connessioni neurali più antiche e più resistenti. La persona con demenza non va isolata ed è proprio nella socialità che recupera, per quanto possibile, ciò che è stata, e in questo modo si rasserena. Affinché questo piccolo miracolo si realizzi, però, servono tre cose che non si improvvisano: tempo, pazienza e competenza.

L’équipe di CasaPaese è composta da una psicologa che ricopre anche il ruolo di responsabile, quattro educatori professionali, otto operatori socio sanitari e un’assistente sociale. Accanto a loro la rete dei medici di medicina generale sempre presenti, una infermiera e medici specialisti, geriatri e neurologi che intervengono per ogni evenienza. A CasaPaese, inoltre, opera quotidianamente una rete di tirocinanti grazie alla  convenzione attiva con l’Università Magna Graecia di Catanzaro. Una presenza costante che trasforma CasaPaese anche in un luogo di formazione e ricerca sul campo, dove le nuove generazioni imparano che la cura passa prima di tutto dalla relazione umana.

Le attività quotidiane seguono una programmazione che cambia ogni mese e che non ha l’obiettivo di omologare gli ospiti dentro percorsi standardizzati. Ogni proposta nasce invece attorno alla persona, alla sua storia di vita, alle esperienze lavorative, al contesto sociale da cui proviene. Piccoli obiettivi quotidiani diventano strumenti per mantenere autonomie, identità e senso di utilità. CasaPaese parte esattamente da qui.

 

Cos’è CasaPaese

CasaPaese è stata realizzata in un vecchio edificio scolastico, recuperato grazie a una raccolta fondi che ha coinvolto tutta Italia. Dall’esterno sembra una struttura come tante; varcata la soglia, il visitatore si trova improvvisamente in un’altra dimensione. Novecento metri quadri di superficie che riproducono un intero paese, con il Cortile Peruzzo al centro, il viale del fratelli Gregoraci, la piazzetta Doria, il Bar Italia dove gli ospiti servono il caffè con quella certa aria da padroni di casa, la Bottega di Leonetto con i suoi scaffali, la trattoria Totò e Peppino, il barbiere, la Sala delle stelle per i film del pomeriggio. Numeri civici dipinti a mano sulle otto porte delle stanze – con le porte dai colori diversi per meglio orientare gli ospiti – e poi le Poste, la cassetta delle lettere, panni stesi, panchine e piazzette per la lettura dei quotidiani.

Box 1 – Alcuni spazi di CasaPaese

Box 2 – Momenti di vita quotidiana a CasaPaese

Un paese nel paese. Perché poi fuori c’è Cicala, con i suoi vicoli antichi, con i profumi tipici di ogni borgo e i suoi abitanti.

Figura 2 – A spasso nel borgo

Il borgo antico di Cicala riprodotto all’interno della struttura non è un artificio estetico, ma uno strumento terapeutico ben preciso, per trasformare CasaPaese nella cura stessa. Il piccolo paese – con le sue piazze, i suoi “sguarci”, i suoi ritmi, i suoi volti familiari – restituisce senso di continuità, orientamento umano, appartenenza. La persona con demenza non sa in che anno sta vivendo, non ricorda come si chiama il nipote che viene a trovarla, ma sa che quella è la sua piazza, che al Bar Italia c’è Santina che prepara sempre un buon caffè, che a pranzo si mangia insieme agli amici (gli stessi operatori) nella trattoria di Totò e Peppino, che prima di preparare la pasta fatta in casa occorre andare a comprare gli ingredienti nella piccola Bottega di Leonetto, che la sua stanza ha il suo colore preferito. La persona che vive a CasaPaese conosce perfettamente dove si trova, nel suo piccolo mondo. E questo non è poco, anzi è tutto.

”L’uomo non guarisce quando gli togli la sofferenza, ma quando gli restituisci un perché”, recita una delle massime che orientano il lavoro a CasaPaese. E quel “perché” nasce da un luogo che ti riconosce, che ti chiama per nome, che ti rende protagonista e che ti dà uno spazio nel mondo. Anche se per una parte del mondo sei invisibile.

A CasaPaese il tempo è lento. Si plasma sui bisogni di chi ci vive, sulle esigenze che la malattia manifesta ora per ora, giorno per giorno. Non esiste un orario unico per alzarsi o per dormire ma – proprio come in una casa – vengono rispettati i tempi di tutti. Non ci sono imposizioni, contenzioni, regole rigide, orari da rispettare a tutti i costi. La libertà del fare per come si può fare, è parte integrante di tutto il progetto terapeutico.

La persona con demenza è libera di muoversi, di esplorare gli spazi di giorno e di notte, di aprire e rovistare negli armadi, di esercitare il proprio diritto alla scelta in quei frammenti di autonomia che la malattia le ha lasciato. È una democratizzazione aperta e partecipativa della cura. L’équipe di CasaPaese non fa alla persona ma fa con la persona, adattandosi continuamente a ciò che quella persona – attraverso il corpo, il comportamento, le emozioni – comunica di volere e di avere bisogno. Il risultato, documentato dall’osservazione quotidiana degli operatori e riscontrato dalle famiglie, è una riduzione significativa dei livelli di ansia e conflittualità, e un rafforzamento della percezione di sé come soggetto attivo, non come oggetto di cure passive.

In questo “tempo altro” in cui gli ospiti vivono, chiedere loro di rispettare orari rigidi, di stare a letto, di non toccare gli oggetti altrui, di non alzarsi di notte, di non curiosare tra i vicoli e le piazze, equivarrebbe a pretendere che qualcuno che non parla italiano capisca un discorso complicato in italiano. Il risultato non è la comprensione ma l’agitazione, la paura, l’aggressività.

A CasaPaese questo circolo vizioso è interrotto alla radice. Se Enrica sente di notte il pianto della sua bambina – un’allucinazione vivida, vera per lei come l’aria che respira – e vuole alzarsi, per prendere la sua bimba e cullarla, e se poi ritrova nel viso di Pierrette la presenza di quella bambina ed entra nel suo letto per confortarla e dondolarla, nessuno la ferma. Nessuno le dice che la bambina non esiste o che deve tornare nel suo letto. E se Salvatore vuole leggere un libro capovolto, lo legge capovolto perché per lui va bene così.

La persona colpita da demenza può essere aggressiva; ha disturbi del tono dell’umore, difficoltà nel linguaggio, allucinazioni. Ma è convinta di quello che ha in testa. Il problema non è la convinzione, ma è come risponde l’ambiente a quella convinzione. Se l’ambiente contraddice, combatte, corregge, quello che ottiene è resistenza e dolore. Se l’ambiente accoglie, accompagna, si adatta, allora ottiene connessione. Ed è proprio questo che avviene a CasaPaese: una connessione emozionale.

E poi c’è il corpo degli operatori e il corpo delle persone con demenza, che raramente viene menzionato parlando della cura, forse perché nella nostra cultura il corpo degli anziani viene spesso trattato come un meccanismo guasto, piuttosto che come un essere vivente capace ancora di sentire, desiderare, ricevere e dare piacere. 

Figura 3 – Corpi che si incontrano

Attraverso la terapia espressiva corporea integrata e l’utilizzo di strumenti semplici come foulard, palline di varie dimensioni e materiali, carte crespe o altro, generiamo emozioni con il tatto e con esse ricordi legati a quelle emozioni. Tutto questo sul piano neuroscientifico è un’affermazione solidamente fondata: la memoria emotiva e la memoria corporea sono tra le più resistenti alla demenza, sopravvivono spesso ben oltre la dissoluzione della memoria episodica. Un contatto attraverso la pelle può ristabilire una connessione con il sé più profondo.

 

Cicala è un paese che ha scommesso sull’accoglienza

Gli ospiti di CasaPaese escono. Specialmente dal mese di marzo, quando la temperatura diventa mite, gli abitanti di CasaPaese – accompagnati dagli operatori – vivono il paese vero e camminano per le vie antiche di Cicala. Fanno la spesa al negozio, entrano in farmacia, si siedono sulle panchine della piazza dove puntualmente arriva il fornaio Pasquale a offrire pizzette e rustici appena sfornati, vanno nell’emporio di Cinzia dove la signora Enrica si trattiene a guardare le borse e la bigiotteria, parlano con i paesani che nel tempo hanno imparato a rispondere senza farli sentire in imbarazzo. Proprio per questi motivi Cicala sta diventando un modello non solo di cura, ma anche di comunità. Un piccolo borgo a rischio di spopolamento che trova una nuova identità, e quindi nuove ragioni per esistere, attraverso l’accoglienza delle persone con demenza.

La comunità di Cicala cura la persona con demenza offrendole appartenenza, stimoli, relazioni, un posto nel mondo. Ma al contempo la persona con demenza, con la sua presenza e la sua lentezza, cura la comunità. Le insegna a rallentare. Le ricorda che esistono forme di intelligenza ricche di esperienze e di valore, che non passano per il rendimento. La costringe a fare i conti con la fragilità come condizione universale, non come eccezione vergognosa.

In questo senso, CasaPaese non è solo un servizio che Cicala offre ai suoi ospiti. È una trasformazione reciproca: il borgo diventa presidio di cura e stimolazione cognitiva naturale e le persone con demenza diventano – paradossalmente e meravigliosamente – uno strumento di guarigione per il paese intero.

 

I limiti di un modello virtuoso

CasaPaese non è però senza contraddizioni. Anzi, le sue stesse virtù ne rivelano i limiti.

Il rapporto tra operatori e ospiti rende possibile la libertà e la personalizzazione; la qualità della relazione rende il modello costoso, anche se ad oggi sostenibile. Non esistono economie di scala, quando la cura è per sua natura individuale. Non c’è un modo per “efficientare” il processo di essere presenti, davvero presenti, accanto a una persona fragile. È così. Il welfare italiano, già cronicamente sottofinanziato, fatica a trovare spazio per esperienze che non possano essere replicate, riducendo i costi.

CasaPaese, per ora, resta a Cicala ma sono tanti i sindaci di altri Comuni calabresi che l’hanno visitata, che ne hanno apprezzato il modello e la filosofia di cura e che – insieme all’équipe progettuale della Fondazione Ra.Gi. – stanno facendo di tutto per far nascere una CasaPaese sui loro territori. Almeno fino a quando le istituzioni non vorranno scrivere pagine nuove nella cura delle persone con demenza, CasaPaese è una speranza lucida, vera, non ingenua.

Ci vorranno volontà politica, risorse pubbliche, un cambio culturale profondo nel modo in cui l’Italia pensa ai suoi anziani. Tutto questo non arriverà presto. Ma intanto CasaPaese esiste, e i suoi sedici abitanti si alzano la mattina in un posto che richiama la loro vita passata e consente loro una vita dignitosa e di qualità nel presente.

  1. La referente della DFC di Cicala è Alessandra Paonessa.
  2. La Fondazione Ra.Gi. è nata a Catanzaro nel 2002 come associazione, per rispondere ai bisogni delle persone più fragili e contrastare la solitudine. Nel 2006 ha scelto di dedicare il proprio impegno esclusivamente a persone con demenza e loro famiglie, promuovendo modelli di cura fondati sul territorio e sulla comunità, inclusivi e generativi. Nel 2025 l’Associazione Ra.Gi. è divenuta Fondazione Ra.Gi. ETS. Gestisce servizi specifici per persone con demenza (assistenza domiciliare, centro diurno Spazio Al.Pa.De., CasaPaese, ricoveri di sollievo), avvalendosi di un’équipe multiprofessionale (neuropsicologi, educatori professionali, assistenti sociali, operatori socio sanitari, infermieri) e di consulenze mediche da parte di medici di medicina generale, geriatri, neurologi e psichiatri.

NOTE

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