Editoriali

Editoriale
Le professioni di cura per l’anziano: un processo in evoluzione

La formazione degli operatori per la cura e l’assistenza all’anziano è un aspetto particolarmente critico all’interno dei sistemi formativi in Italia. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui aggiustamenti, ma non si può affermare che si sia raggiunto un punto di equilibrio. Occuparsene è quindi un dovere per chi ha sensibilità nei riguardi di un sostanziale miglioramento; peraltro, la pressione del bisogno indotto dalle modificazioni demografiche ed epidemiologiche non concede ritardi o approssimazioni, in particolare nell’area in assoluto più delicata, cioè quella che coinvolge la persona anziana fragile.

Il punto iniziale di una possibile progettazione fondata sulle esigenze del paese, e non sulle dinamiche di potere delle forze in campo, consiste nel delineare i contenuti e gli obiettivi del processo formativo, in modo da costruire ambiti concreti dove gli stessi possano essere raggiunti. Fino ad oggi le università, e la facoltà di medicina in particolare, hanno svolto in maniera adeguata il compito loro affidato, seppure muovendosi in un quadro di riferimento non chiaro; i medici italiani sono stimati in tutto il mondo per le capacità cliniche e la loro cultura; d’altra parte il sistema sanitario, benché storicamente sotto finanziato, ha raggiunto standard qualitativi di altissimo livello. Oggi, però, per vari motivi si sono raggiunti elevati livelli di coscienza sull’esigenza di cambiare; ciò impone di ipotizzare nuove modalità organizzative alla domanda di formazione, assistenza e ricerca, tra loro integrate. Possibilmente in tempi rapidi!

Negli ultimi anni il progresso culturale e scientifico ha reso particolarmente delicata la funzione formativa del personale sanitario. Infatti il progresso delle tecnologie biomediche ha reso necessaria una formazione di base e continua molto specifica ed approfondita. Oggi il susseguirsi di innovazioni in questo campo espone all’esigenza di capirne il significato e di prendere decisioni adeguate circa la loro adozione in generale, e nel singolo paziente. Ciò avviene sia negli ospedali sia nei servizi territoriali, dove sempre più spesso viene trasferita la funzione di cura. Peraltro gli operatori devono sempre ragionare in termini di complessità, perché l’evento patologico è collocato all’interno di un ambiente che non è mai neutrale e che esercita un’influenza continua sulla stessa struttura biologica e sulla clinica. Il professionista che assiste si trova quindi ad affrontare, nell’atto della cura, un fenotipo instabile, che deve essere conosciuto in modo approfondito nelle diverse determinanti (genoma, numero e gravità delle malattie, storia della persona, tipologia dei trattamenti, qualità della vita, ecc.) ed accompagnato nel tempo con interventi adeguati.

Lo scenario prima riassunto impone una formazione di alto livello, più difficile rispetto al passato, che vede la partecipazione di attori diversi. Il problema centrale è identificare le sedi e le modalità di una nuova organizzazione idonea a recepire i cambiamenti necessari, integrando i contributi delle diverse professioni.

Di seguito sono schematicamente riassunte alcune caratteristiche dei processi formativi, dalle quali si possono trarre indicazioni sulle più opportune modalità operative.

La complessità delle dinamiche di salute e malattia deve corrispondere, a livello organizzativo, ad una forte integrazione dei servizi per cui il giovane studente apprende come una situazione naturale che i servizi sanitari non sono separati schematicamente per reparti e ambiti. Il futuro ospedale di insegnamento dovrà quindi avere rapporti dinamici molto stretti con il territorio e, al suo interno, dovrà essere incentrato sul percorso del paziente. Quali indicazioni organizzative devono essere tratte da questo punto non è definibile a priori; è però certamente indispensabile il superamento delle attuali rigidità.

I contenuti complessi dell’insegnamento richiedono una forte preparazione tecnica da parte dei docenti, unita ad un’adeguata esperienza. Il mix può essere raggiunto solo se questi posseggono un notevole livello qualitativo, se cioè sono stati scelti in base alle capacità e non ad alleanze più o meno di parte o ad appartenenze politiche, ed hanno subito un processo selettivo adeguato. Purtroppo la realtà è costellata di situazioni che non rispondono alle caratteristiche necessarie per impartire un insegnamento di discreto livello, indipendentemente dalla collocazione e dalla provenienza dei docenti. Questo aspetto è delicatissimo, sia perché possa avvenire un’adeguata trasmissione del sapere, sia per evitare che sorgano critiche sull’adeguatezza o meno delle diverse categorie rispetto alla funzione di insegnamento.

Infine, non si può dimenticare l’aspetto della ricerca, strettamente legato da una parte con l’assistenza e dall’altra con la formazione. La ricerca seria, per essere realmente utile, deve allo stesso tempo riguardare tutte le professioni di aiuto all’anziano (anche se con diverse prospettive), essere fonte di innovazione, e quindi in grado di produrre ricadute sulla qualità delle cure, ma anche rappresentare una scuola per gli operatori stessi, perché attraverso i progetti di ricerca questi si allenano all’osservazione della realtà, a coglierne gli aspetti più critici, ad individuare i percorsi che più facilmente possono presentare delle criticità. Nei prossimi anni su questi temi si giocherà la struttura dell’insegnamento in ambito sanitario; la geriatria potrebbe avere un ruolo centrale perché possiede strutturalmente una cultura della complessità, che significa multidimensionalità, sintesi tra medicina basata sull’evidenza e medicina narrativa, attenzione all’imprevedibile, valorizzazione dei piccoli guadagni, centralità dell’autonomia e della qualità della vita dell’anziano.

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