17 Aprile 2020 | Editoriali

Residenze per anziani e Covid-19: come non parlarne a sproposito
Taccuino sul mondo nuovo
Tre / 17 aprile 2020

Un tema che sta riempiendo le pagine dei giornali nell’ultimo periodo è il dilagare dell’infezione da coronavirus SARS-Cov-2 all’interno di molte residenze per anziani. Accanto alle indagini giudiziarie, sono iniziati discorsi poco fondati che è bene mettere a fuoco per preparare il campo a riflessioni e analisi rigorose.


Le drammatiche vicende che stanno investendo tante residenze per anziani nel nostro Paese raccolgono da settimane un notevole interesse. Mai, prima d’ora, il settore aveva ricevuto una così ampia attenzione al di fuori della cerchia di chi vi è – a vario titolo – direttamente coinvolto.

 

Analisi puntuali su questi tragici fatti devono essere rimandate a una fase successiva quando, ci si augura, li si potrà esaminare con la giusta distanza e lucidità. Intanto, però, sul Covid-19 nelle residenze per anziani è già possibile mettere a fuoco alcune posizioni piuttosto diffuse, che pare opportuno evitare se non si vuole parlare a sproposito.

 

Un tragico evento inevitabile

Nonostante tutto, vi sono ancora alcuni che minimizzano e sostengono che “non poteva che andare così. Non ci sono colpe, i fatti fotografano la realtà”. La loro argomentazione è in apparenza lineare: poiché la mortalità da Covid-19 si concentra tra i grandi anziani pluripatologici e questi rappresentano la popolazione delle residenze, i numerosi decessi al loro interno costituiscono un esito inevitabile. Se ciò è vero – ecco l’altrettanto inevitabile corollario – si può archiviare la faccenda con le più vive condoglianze ai familiari degli anziani e un sentito encomio all’abnegazione degli operatori, astenendosi dall’interrogarsi sugli insegnamenti che gli eventi in atto possono trasmettere al sistema italiano della residenzialità. Peccato che si tratti di moniti cruciali, sui quali bisognerà, invece, ragionare a fondo nel prossimo futuro.

 

Le ragioni all’origine di una simile posizione non possono che essere due. O si è inconsapevoli della realtà (e quindi non si coglie il significato di quanto sta succedendo) oppure si è difensori dello status quo (e, dunque, proprio perché si coglie tale significato, si vuole evitare di discuterne). Inconsapevolezza e conservatorismo: atteggiamenti ben diversi ma ugualmente pericolosi.

 

Le strutture come entità operanti nel vuoto

Molte analisi sul comportamento delle strutture residenziali in queste settimane commettono l’errore di considerarle come entità che operano nel vuoto, in assenza di vincoli o indicazioni provenienti da altri soggetti istituzionali. In altri termini, si sostiene che la definizione delle modalità attraverso le quali rispondere alla crisi Covid-19 dipende da decisioni autonome delle strutture e che, dunque, gli esiti negativi verificatisi in numerosi contesti conseguono ai loro errori. Da qui a fare delle strutture “un capro espiatorio perfetto” per l’accaduto, il passo è breve.

 

Invece, le diverse scelte (o non scelte) riguardanti sia la verifica delle condizioni degli ospiti sia come muoversi in presenza di pazienti colpiti da Covid-19 sono state fatte dagli enti responsabili delle politiche sanitarie, segnatamente le Regioni, e le residenze sono state chiamate ad attuarle. Le linee adottate dalle varie amministrazioni regionali sono state differenti e, non a caso, diverso è stato anche l’impatto della pandemia sulle strutture di ognuna. Ma non solo. Le scelte delle Regioni hanno rispecchiato spesso i tratti di lungo periodo dei rispettivi sistemi di welfare riguardanti, ad esempio, il rapporto tra gli ospedali e la rete dei servizi locali, il ruolo attribuito agli interventi nel territorio, la capacità dell’amministrazione regionale di governare il sistema.

 

L’eroismo degli operatori

Questa è la posizione di chi si sofferma esclusivamente sull’abnegazione, la professionalità e lo spirito di sacrificio mostrato da tanti operatori all’interno delle strutture. Sono tutte sottolineature sacrosante, e il pensiero corre a chi ha perso la vita al servizio degli altri, ma il problema è un altro: l’attenzione viene focalizzata sulle qualità degli individui, dimenticando il contesto – e i relativi problemi –nel quale hanno dovuto operare. Tuttavia, l’unico modo per dare un senso all’eroismo di molte persone oggi è far sì che migliorino le condizioni nelle quali loro, e i loro colleghi, saranno chiamati ad agire domani. È una dinamica già vista in tante crisi e in settori diversi: l’enfasi sul coraggio dei singoli oscura i problemi strutturali e, dunque, la necessità d’intervenire in proposito.

 

La mente va immediatamente a tutta la tematica dei dispositivi di protezione individuale, ma sullo sfondo vi è un’altra serie di tematiche di ben più lungo periodo, non legate direttamente alla crisi in atto. Si pensi alla formazione degli operatori, che devono ricevere una cultura specifica mirata alle peculiarità del lavoro nelle residenze rispetto a quello svolto nel territorio o negli ospedali, alle questioni aperte in merito al loro trattamento economico e normativo, e così via. Tutti temi ben noti.

 

L’esito di un eccessivo investimento sulla residenzialità

Alcuni insistono sull’assistenza domiciliare come alternativa alle strutture. A loro parere, quanto avvenuto dimostra che nel nostro Paese l’investimento sulla residenzialità è stato eccessivo poiché una parte significativa degli ospiti potrebbe usufruire di assistenza a domicilio. Luogo in cui, non entrando in contatto con altri anziani portatori di Covid-19, non si sarebbero ammalati. Tale ragionamento sfocia nell’equazione “troppa residenzialità = troppi contagi”.

 

Chi sostiene questo punto di vista non si rende conto della realtà. I concittadini anziani ricorrono alle residenze quando le condizioni di salute richiedono cure qualificate sul piano clinico e assistenziale, che non possono essere prestate in maniera adeguata a casa. Qualche decennio fa le cose andavano diversamente, ma oggi sono molto pochi gli ospiti che potrebbero restare a nella loro abitazione ricevendo gli interventi ai quali hanno diritto. E’ certo, quindi, che occorra investire maggiormente su soluzioni domiciliari e intermedie, ma questo sforzo dev’essere aggiuntivo e non alternativo a quello per la residenzialità. Aderendo alla posizione qui illustrata si rischia, invece, di svilire l’ importanza di mettere a disposizione degli anziani assistenza residenziale di qualità.

 

Una vicenda priva di conseguenze sull’opinione pubblica

Uno dei pericoli dietro l’angolo è che i soggetti a vario titolo coinvolti nel mondo dell’assistenza agli anziani vengano così assorbiti dalle tante, e intricate, questioni sul tavolo da dimenticare la necessità di alzare lo sguardo verso la società italiana nel suo complesso. Noi stessi eravamo caduti in questa trappola, prima che Marco Noli ce la segnalasse.

 

Dimentichiamo per un momento tutti coloro i quali vivono in strutture residenziali o hanno una persona a loro vicina in questa condizione. Quale idea si è fatta l’opinione pubblica italiana di tali strutture dopo la grande attenzione mediatica ricevuta in queste settimane? Prevalentemente, ha percepito che sono luoghi pericolosi, focolai di malattia e di morte. Nel momento della storia italiana in cui la residenzialità ha ricevuto un’attenzione senza pari, il messaggio veicolato è stato questo. Non è particolarmente edificante, ma è un dato di fatto.

 

L’eredità di un simile messaggio, trasmesso con toni forti in un momento ad alta drammaticità emotiva, rimarrà nel tempo. Basta provare a mettersi nei panni di una persona qualunque che abbia conosciuto le strutture solo in occasione del Covid-19 e che, tra sei mesi o due anni, dovrà decidere se proporvi l’inserimento a un suo genitore.

 

Pertanto, nel prossimo futuro saremo tutti chiamati a uno sforzo senza precedenti di informazione e comunicazione rivolto alla società italiana per spiegare cosa sono, nella realtà, le strutture residenziali per anziani e per sgomberare il campo da letture superficiali. Strutture indispensabili per garantire la cura adeguata di molti nostri concittadini fragili, dove nell’assoluta maggioranza dei casi questi sono trattati con competenza, delicatezza e attenzione, pur non mancando certamente aree di miglioramento.

 

 

Foto di cains da Pixabay

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