1 Giugno 2005 | Residenzialità

Editoriale
Bassa tecnologia e alta sensibilità clinica

Si è recentemente tenuta a Brescia una tavola rotonda – a conclusione di un corso per direttori sanitari di RSA dedicata a “La casa di riposo come luogo di formazione e di sperimentazione”. Desidero riferirne -seppure brevemente- perchè ha permesso di discutere un ruolo importante che le strutture istituzionali per anziani devono avere, cioè la capacità di essere esse stesse luoghi di cultura, formazione e innovazione. Recentemente gli .Annals of Long Term Care (13:47, 2005) hanno pubblicato un editoriale dal titolo significativo “Culture Change in Nursing Homes: an Ethical Perspective”, nel quale si enfatizza la trasformazione delle case di riposo da istituzioni autoreferenziali a “comunità vibranti in grado di migliorare continuamente il proprio funzionamento, la qualità della vita degli ospiti e la soddisfazione degli operatori”. Purtroppo in Italia non sono molti gli ambiti dove formalmente si dedica impegno e intelligenza a questi aspetti della vita delle case di riposo; il prof. Belloi ha presentato l’esperienza dell’università di Modena, l’unica ad avere un programma formativo pre- e post-laurea dedicato espressamente agli ambiti extraospedalieri dove viene curato l’anziano. Belloi ha messo in luce in particolare l’importanza di una formazione dei giovani medici ad operare in luoghi a bassa tecnologia e quindi a sviluppare un’elevata sensibilità clinica, fondata sulla raccolta della storia e sull’esame obiettivo (competenze che si vanno affievolendo nel corso di laurea e che invece costituiscono un patrimonio irrinunciabile della professione). Nel corso della tavola rotonda Bagarolo, Bigatello e Frustaglia (tutti responsabili di strutture residenziali di grandi dimensioni e componenti del comitato di redazione dei Luoghi della Cura) hanno discusso su come trasformare la scelta individuale di alcuni operatori ad occuparsi di formazione e ricerca in attività istituzionalmente riconosciute all’interno delle strutture residenziali e quindi adeguatamente supportate e finanziate. Sarà molto importante nel prossimo futuro mettere a punto modalità adeguate attraverso le quali sviluppare questi progetti, facendovi partecipare anche strutture piccole, di per se non in grado di attivarli, e quindi istituendo forme consortili, nonché alleanze strutturate con l’università (esercitando le opportune pressioni attraverso contatti, in particolare, con le cattedre di geriatria, nell’ambito di un programma di attenzione sviluppato dalla SIGG). Sarebbe significativo iniziare eventuali progetti da una raccolta standardizzata di dati sugli ospiti, in modo da controllare alcuni outcome primari, confrontando così i risultati di strutture che adottano procedure di lavoro diverse, in modo da ottimizzare i risultati, studiandone anche l’evoluzione nel tempo. Un dato grezzo come la mortalità, se analizzato criticamente, potrebbe offrire spunti di grande interesse per comprendere il bene e il male di quanto viene fatto nelle case di riposo e per costruirvi attorno ulteriori progetti di ricerca e modelli di formazione.

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