1 Settembre 2009 | Reti informali

Editoriale
Le badanti: un welfare che rispetti la dignità di chi assiste e di chi è assistito

Una serie di eventi accaduti in questi mesi recenti, e riguardanti il mondo delle badanti, richiedono alcune puntualizzazioni.

La geriatria come insieme di operatori che si occupano delle persone anziane non può tacere, perché lascerebbe spazio alle futili osservazioni di chi non conosce questo mondo, nella sua complessità e nella sua originalità. “I luoghi della cura” si è varie volte occupata del tema; sono però opportune ulteriori precisazioni, come conseguenza del mutare delle circostanze. Ovviamente non ci interessa la polemica, ma il contribuire a chiarire, assieme ai lettori, l’organizzazione – nei suoi aspetti chiaroscuri – dell’assistenza alle persone anziane non più autonome e che desiderano rimanere nel proprio domicilio.

Procedo per punti in modo da facilitare la lettura.

  1. Il fenomeno delle badanti è comparso in modo spontaneo, senza che vi fosse un progetto collettivo. Come spesso accade, la plasticità sociale crea risposte impreviste a difficoltà che a taluni paiono insormontabili. La comparsa non prevista potrebbe preludere, nel prossimo futuro, ad un fenomeno inverso, cioè alla progressiva scomparsa di queste risorse informali dedite all’assistenza agli anziani. Da un punto di vista umano si tratterebbe peraltro di un evento positivo, perché significherebbe una riduzione del bisogno di tante persone che vengono in Italia spinte da esigenze economiche.
  2. Le famiglie e la collettività in generale devono gratitudine alle badanti, persone venute da lontano che si sono spese per migliorare la qualità della vita degli anziani ammalati e bisognosi di assistenza, risolvendo problemi enormi e permettendo una vita normale ai loro familiari. Senza retorica, si potrebbe commentare che una società stanca e priva di ideali ripone in persone che provengono da società più giovani il compito di assistere gli anziani, che nella storia dell’umanità è sempre stato una caratteristica di civiltà. D’altra parte, qualsiasi analisi economica mette in luce come la presenza delle badanti ha permesso un grande risparmio da parte delle regioni per l’istituzione e il funzionamento delle residenze; in molti casi il risparmio è stato anche per le famiglie, il cui contributo per il paziente, nelle residenze, era superiore allo stipendio dato alle badanti. Cosa succederebbe se in pochi anni si dovesse sostituire questo lavoro organizzato in modo informale con le molte strutture residenziali che così si renderebbero necessarie? Se le badanti, secondo stime realistiche, sono 700.000, e se si ritiene che almeno un terzo dei loro assistiti avrebbe bisogno di un’assistenza residenziale, sarebbe necessario un impegno economico di circa 14 miliardi di euro (200.000 posti letto moltiplicati per 70.000 euro, cioè il costo per la costruzione di ciascuno): sarebbe un investimento molto simile a quello previsto dall’art. 20 di Donat Cattin, che dopo 21 anni non è stato ancora interamente trasformato in realizzazioni!
  3. Le badanti hanno trovato varie condizioni di lavoro e vari livelli di generosità da parte delle famiglie italiane. Leggendo i testi scritti da alcune di loro, si rileva una forte nostalgia per la casa lontana; l’esigenza di guadagnare per permettere ai figli di studiare, al marito di finanziare una nuova attività o di comprare la casa ha, però, sempre vinto sulle crisi (sono poche, almeno ad ascoltare le loro colleghe, quelle che hanno gettato la spugna…). Spesso vi è al fondo una grande sofferenza, per la fatica fisica, ma soprattutto per il livello delle relazioni umane (per pochi euro al giorno alcune persone pensano di impadronirsi della vita dell’altro, della sua libertà e dignità). Tuttavia, si creano anche relazioni positive: “Era doloroso per me vederla crollare, a poco a poco, nell’abisso nero della malattia, si immagina cosa provavano il marito e la figlia. È bruttissimo non poter aiutare! Ero testimone impotente del degrado, un’osservatrice dell’affondamento…proprio per questo me ne sono andata via: non resistevo più io, non loro! Ho presentato una mia amica, una bravissima persona, una donna paziente e dolcissima, e lei è diventata una della famiglia. Lo è ancora: quando in pochi mesi la nonna se ne andò la seguì il marito. E la mia amica è rimasta lì, a dare una mano alla loro figlia, come se fosse una sua zia. E la datrice di lavoro è diventata una nipote che condivide le gioie e le tristezze della vita. Ci si aiuta reciprocamente: è questo il senso della vita, no?” Oltre all’aneddotica, l’esperienza insegna che il rapporto badanti-famiglie è stato, per la maggior parte dei casi, corretto; le descrizioni di furti, di atti di scorrettezza verso l’anziano o di appropriazione indebita attraverso donazioni o testamenti sono rare, anche se fanno scalpore, perché sempre la notizia brutta soverchia quella positiva, che narra invece di sacrifici e generosità.
  4. La badante è spesso l’unico terminale efficace della comunicazione rispetto ai problemi del paziente, perché ha ricevuto di fatto una delega totale ed è quindi responsabile di tutti i passaggi dell’assistenza (da quelli più umili a quelli più complessi). Spesso queste persone, soprattutto se provenienti dai paesi dell’est, sono dotate di una cultura di livello elevato; il passaggio delle informazioni deve quindi essere adattato dal medico al livello della persona che ha davanti, perché aumenti l’efficacia del messaggio e allo stesso tempo si dimostri rispetto per la personalità e la cultura della badante. In alcuni casi ella si sente “protetta” da un medico attento, soprattutto quando si vede responsabile di competenze superiori alle proprie capacità; in altre circostanze, invece, le badanti hanno acquisito nel tempo una notevole professionalità e quindi il rapporto con il medico è più facile. Sempre, però, è importante un atteggiamento di supervisione, anche per dare a chi assiste l’impressione di muoversi all’interno di un progetto assistenziale e di non essere lasciata a gestire una situazione umanamente pesante senza una guida tecnica. Non di rado, inoltre, il medico deve intervenire in appoggio alla badante quando questa, per vari motivi, si viene a trovare in una condizione di pesante pressione psicologica; poi, nel tempo, deve continuare ad esercitare una supervisione, indispensabile per permettere un lavoro minimamente sereno.
  5. Le badanti sono prevalentemente precarie sia per quanto riguarda il permesso di soggiorno sia per il rapporto di impiego. Il realismo impone di accettare questa situazione senza estremismi o retoriche sulla tolleranza zero: il sistema pubblico non concederà mai un numero di permessi pari alle persone che svolgono questo lavoro indispensabile nelle nostre case. È quindi umano, ma soprattutto è atto di concretezza, accettare la situazione come sta, evitando di urlare che tutto dovrà rientrare nella legge. Come? Pensiamo, peraltro, che se le persone che dovrebbero essere più responsabili continuano a fare proclami ci sarà qualche povero stupido, incapace di leggere la realtà, che provvederà a denunciare le badanti. Abbiamo già visto la polizia urbana di qualche città fare “retate” (la Polizia di Stato e i Carabinieri sono comandati in modo più severo e sereno e quindi non si lasciano andare ad atti plateali ed inutili). Purtroppo gli scellerati che seguono i cattivi maestri non hanno spesso nemmeno la capacità di analisi della propria condizione, per cui non tengono in conto che potrebbero presto aver bisogno della collaborazione di una badante per continuare a rimanere nella propria casa in condizioni decenti.
  6. Cosa facciamo per rendere più dignitosa la vita delle badanti che vivono nelle nostre città e che sono così utili alla serenità collettiva? Abbiamo assistito, in questi anni, a tentativi più o meno riusciti di fornire supporti informativi, per permettere loro di svolgere al meglio il lavoro di tutti i giorni. Vi sono stati successi e fallimenti, dettati talvolta anche da un certo disinteresse da parte delle stesse badanti per migliorare un mestiere che ritengono temporaneo e che quindi non richiederebbe una professionalizzazione. Dove però è mancato l’impegno collettivo è soprattutto nel creare una decente atmosfera di vita per queste persone, incominciando con il permettere loro di trascorrere alcune ore di riposo. Abbiamo davanti agli occhi l’immagine di queste signore, vestite in modo povero, che si trovano a chiacchierare e a mangiare assieme in qualche angolo verde delle nostre città, esposte al freddo e al caldo delle stagioni, perché in pochi hanno pensato di offrire loro spazi più organizzati e civili. Basti pensare a quanti luoghi inutilizzati vi sono attorno a noi, in strutture dei comuni o delle diocesi, che potrebbero offrire qualche momento di riposo sereno. Recentemente, un comune ha organizzato una festa per le badanti, come minimo segno della gratitudine collettiva per il loro lavoro. Un atto di dignità civile di alto valore. Ebbene, qualcuno ha ritenuto di esprimere la propria riprovazione per i soldi pubblici spesi in modo improprio. Certo, forse le feste delle salamine o della birra, in presenza di veline, permettono in modo più efficace di farci dimenticare le nostre responsabilità umane e civili…
  7. Le badanti sono un rimedio a termine: per questo, oltre a organizzarne oggi il servizio nel modo migliore ed a garantire il rispetto loro dovuto sul piano civile (ma che dovrebbe anche essere espressione della nostra gratitudine!), abbiamo la responsabilità di pensare al domani. Analizzando con attenzione lo scenario, che è sempre in movimento: è importante, ad esempio, utilizzare il progresso di fatto compiuto dalla nostra società grazie alle badanti (si pensi all’internazionalizzazione della prospettiva umana di molte persone, in passato dimensionata su una strettissima cerchia di parenti e del vicinato). Inoltre, la crisi economica di oggi sta mettendo in luce anche alcuni fenomeni in controtendenza, come il ritorno a casa delle donne licenziate dal proprio impiego fuori dalla famiglia. È necessario quindi un impegno serio di analisi e di progettazione su uno dei problemi più tipici di una società postmoderna, perché attorno vi gravitano aspetti umani, psicologici, economici, organizzativi.

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