11 Gennaio 2022 | Servizi intermedi

Covid-19 e servizi semiresidenziali: l’esperienza dei Centri Diurni “A Casa Mia” di Trieste

Il Centro Diurno Integrato è un’unità di offerta socio sanitaria finalizzata a prendersi cura degli anziani fragili e sostenere le loro famiglie, promuovendo l’obiettivo della domiciliarità. Già sollecitati, negli ultimi anni, da un’attività di continua riprogettazione volta ad adattarsi ai mutevoli bisogni di anziani e caregivers, anche questi servizi hanno dovuto confrontarsi con l’emergenza sanitaria e trovare nuove soluzioni per poter continuare a garantire le proprie attività in sicurezza.

Covid-19 e servizi semiresidenziali: l’esperienza dei Centri Diurni “A Casa Mia” di Trieste

I Centri diurni per anziani, si sono sviluppati in Italia nei primi anni ’80 del secolo scorso sotto la spinta di sperimentazioni internazionali (per lo più canadesi) recepite da illuminate organizzazioni no profit del nostro paese. Si tratta di strutture socio-sanitarie a carattere diurno cioè luoghi che offrono servizi diurni in un contesto protetto a persone anziane che presentano perdite di autonomia/autosufficienza di vario grado e tipo.

 

I primi Centri Diurni erano orientati a soddisfare le richieste di una popolazione geriatrica auto-noma/autosufficiente o con iniziali disabilità e garantivano interventi per lo più ludico-ricreativi e socializzanti. All’epoca essi rappresentavano un modello innovativo, perfettamente in linea con la riflessione internazionale del periodo, che cominciava a porsi il problema di garantire risposte flessibili e articolate ad una popolazione sempre più anziana. Nel corso di un decennio però, la popolazione di riferimento a cui questi servizi si rivolgeva si è modificata, a fronte dell’emergere di una domanda nuova: quella della non autosufficienza. Si è quindi affacciata la necessità di servizi nuovi, capaci di rispondere alle esigenze di una popolazione sempre più anziana e sempre più fragile.

 

I Centri Diurni per anziani non autosufficienti e affetti da demenza

Il setting assistenziale del Centro Diurno destinato ad anziani non autosufficienti e affetti da demenza non ha modelli organizzativi nazionali di riferimento; ogni regione ha previsto una sua organizzazione, diversa da quella delle altre. La disomogeneità tra modelli regionali si registra in tutte le dimensioni organizzative di questi servizi (tipologie dei centri, orario di funzionamento, standard assistenziali, prestazioni erogate, tariffario) e ciò rappresenta un’importante criticità che rischia di indebolirne validità, efficacia e capacità di sviluppo. L’assenza di modelli di riferimento nazionali, infatti, riduce l’affidabilità di questi servizi che pur avendo già raccolto tangibili prove di efficacia circa l’utilità del loro intervento, non riescono a dimostrare qual è l’organizzazione giusta per conseguire i buoni risultati registrati in letteratura.

 

Tuttavia, a prescindere da quanto definito dalle specifiche normative regionali, la maggior parte dei Centri Diurni per anziani non autosufficienti persegue le seguenti finalità:

  • garantire il mantenimento/valorizzazione delle abilità funzionali residue della persona e, dove possibile, favorirne il recupero
  • favorire la permanenza a domicilio della persona, evitando o ritardando il più possibile l’ istituzionalizzazione in strutture residenziali
  • fornire un aiuto concreto ai caregiver familiari nei loro compiti assistenziali, consentendo loro di continuare, ad esempio, a lavorare.

 

La permanenza in famiglia rappresenta un insostituibile fattore di appagamento psico-affettivo. L’anziano ritorna ogni sera nella propria casa, mantenendo costanti rapporti con il proprio ambiente. Nonostante i Centri Diurni costituiscano un servizio di reale utilità, sia per gli anziani non autosufficienti che per le loro famiglie (studi clinici controllati hanno dimostrato l’indubbia efficacia e validità dell’assistenza fornita all’interno dei Centri Diurni Alzheimer nel ridurre i disturbi del comportamento ; Gaugler et al, 2004; Quayhagen et al., 2000; Mossello et al 2008; Zarit et al, 2011) la semiresidenzialità incide ancora poco nel panorama assistenziale italiano coinvolgendo solo 2,1 anziani su mille ogni anno (Pesaresi, 2018).

 

Nel “Manuale del Centro Diurno ­ Anziani non auto-sufficienti e anziani affetti da demenza” (Pesaresi, 2018), l’autore afferma che, nel panorama dei servizi di assistenza territoriale destinati agli anziani attivi nel nostro Paese, “il centro diurno è senz’altro il meno sviluppato e diffuso. […] È la cenerentola dei servizi per la non autosufficienza”. In Italia si registrano 964 strutture che accolgono annualmente 28.010 anziani non autosufficienti; in particolare, nel Friuli Venezia Giulia quelli autorizzati al funzionamento so-no 37, per un totale di 677 posti (Direzione Centrale Salute, Politiche sociali e Disabilità ­ Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, 2021).

 

L’impatto della pandemia nei servizi semiresidenziali

La pandemia da SARS-CoV-2 ha rappresentato uno “stress test” che ha messo in evidenza una serie di criticità dei servizi sanitari e socio-assistenziali. Durante l’emergenza sanitaria la popolazione anziana fragile e, in primis, le persone affette da demenza hanno pagato un prezzo altissimo sia sotto il profilo clinico, sia per le ricadute negative in termini di qualità di vita propria e delle loro famiglie.

 

L’impatto della pandemia è stato particolarmente profondo fra coloro che hanno contratto l’infezione, ma lo è stato anche fra chi non si è ammalato, a conferma dell’estrema vulnerabilità clinica, assistenziale e sociale di queste persone. Vari studi italiani (Canevelli et al, 2020; Cagnin et al, 2020), infatti, hanno evidenziato come durante il lockdown nazionale, un’ampia percentuale di anziani con demenza, pur non direttamente colpiti dal contagio, ha presentato un importante peggioramento delle proprie condizioni cliniche, in termini di peggioramento dei sintomi cogniti-vi, di compromissione funzionale delle ADL e di comparsa ex novo o di aggravamento dei disturbi comportamentali (ad es. agitazione, aggressività, apatia, depressione).

 

L’incidenza di demenza nelle persone con Covid-19 è stata circa del 9% sul totale della popolazione (Liu et al, 2020). Come riportato da numerosi studi stranieri (Suárez-González, 2020; Hariyanto, 2020; July, Pranata, 2021) la mortalità da Covid-19 nei soggetti con demenza è risultata più elevata di 2.6 volte rispetto a quella della popolazione generale. Uno studio italiano realizzato su un campione di più di 130.000 pazienti deceduti positivi a SARS-CoV-2 dall’inizio della sorveglianza al 5 ottobre 2021, ha evidenziato che il 31,9% delle donne e il 17,7% degli uomini morti per COVID-19 aveva una storia di demenza.

 

L’impatto della pandemia sui Servizi Semiresidenziali in Italia è stato allo stesso modo devastante: per tracciare una fotografia il più possibile “a fuoco” in merito alle conseguenze patite dai Centri Diurni, possiamo considerare i risultati di una interessantissima survey condotta dal Gruppo Italiano dei Centri Diurni Alzheimer presentati il 26.05.2021 dal dott. Enrico Mossello dell’Università degli Studi di Firenze e AOU Careggi nel corso di un webinar dal titolo: “Centri Diurni Alzheimer a Covid-19. E adesso la rinascita“.

 

L’obiettivo che l’indagine ha inteso raggiungere è duplice:

  1. raccogliere informazioni relative all’attività dei Centri Diurni Alzheimer a livello nazionale dopo un anno dall’inizio della pandemia COVID-19
  2. mettere in rete le esperienze disponibili allo scopo di condividere criticità, cambiamenti e idee, per aiutare le strutture nel progettare il loro futuro prossimo.

 

Nell’aprile di quest’anno il Gruppo Italiano dei Centri Diurni Alzheimer ha invitato le strutture censite sul sito web dell’Associazione stessa e su quello dell’Istituto Superiore di Sanità alla compilazione di un questionario. Lo studio ha coinvolto 470 strutture disseminate sull’intero territorio nazionale. 81 tra queste strutture hanno aderito all’iniziativa (il 54% del Nord Italia, il 37% del Centro, il 6% del Sud e solo il 2% delle Isole) di cui il 51% sono strutture private convenzionate, il 25% servizi pubblici affidati a cooperative, il 20% realtà pubbliche a gestione diretta e, infine, solo il 5% sono centri privati non convenzionati.

 

Un terzo dei Centri Diurni che ha aderito alla survey (pari a 28 strutture) ha affermato di aver dovuto interrompere in modo persistente l’attività (specie quelli con sede nelle regioni del Nord); nello specifico 1 struttura su 3 ha chiuso definitivamente. Solo il 4% dei Centri Diurni partecipante alla survey ha risposto di essere sempre rimasto operativo. Il 65%, invece, ha dichiarato di avere sospeso le attività solo temporaneamente; nello specifico il 54% ha affermato di aver sospeso il servizio solo nella primavera 2020, il 5% nella seconda fase pandemica, il 41% ha mantenuto la chiusura del Centro Diurno per l’intera durata dell’emergenza sanitaria.

 

La maggioranza delle strutture che hanno ripreso il servizio dopo una fase di chiusura ha affermato di aver incontrato notevoli difficoltà e di essersi dovute adattare (non senza fatica) ad un nuovo contesto, introducendo delle modifiche all’usuale modus operandi. Molte strutture infatti hanno riaperto le attività a ”ranghi ridotti” andando a modificare, ad esempio, il numero di giorni di apertura del servizio, il numero di utenti presi in carico, gli orari di apertura, le modalità di assistenza (es. introduzione di misure igienico-sanitarie, distanziamento sociale, ecc.). Il numero degli anziani frequentanti i Centri alla data dell’indagine, è risultato essere significativamente ridotto rispetto alla presenza registrata nel periodo pre-pandemico (specie nei Centri del Nord)1.

 

La riapertura dei Servizi Semiresidenziali: l‘esperienza dei Centri Diurni “A Casa Mia” di Trieste

I centri diurni “A Casa Mia” operano a Trieste da più di 10 anni, gestiti da “Comunità Educante”. Si tratta di una cooperativa sociale ONLUS che in origine, nel 1980, gestiva servizi educativi (scuole elementari, scuole medie, doposcuola, centri estivi) ma, successivamente, aveva orientato i propri interessi verso il mondo della non autosufficienza adulto-anziana, proponendosi dal 1995 con la gestione diretta di un servizio residenziale, “Casa Emmaus” (struttura oggi autorizzata per 122 posti letto e classificata come residenza di 3° livello per persone non autosufficienti, ai sensi della DGR 144/2015), di cui dal 2017 ne è divenuta proprietaria.

 

Le prime esperienze della Cooperativa nell’ambito della semiresidenzialità risalgono all’aprile 2011 con l’attivazione dei primi 5 posti, diventati 20 nel 2016, 25 nel 2017, fino a ottenere nel di-cembre 2018, l’autorizzazione (e il convenzionamento) per gestire due distinti centri diurni da 30 utenti ciascuno2.

 

Alla data del 09 marzo 2020, vigilia della chiusura dei centri per pandemia, la fotografia del servizio evidenziava che l’83% circa dei 76 utenti frequentanti era portatore di quadri dementigeni (il 39,6% con disabilità cognitive gravi/gravissime, il 19,8% di grado moderato, il 22,5% lievi), che nel 48,4% dei casi erano complicati da disturbi comportamentali anche di tipo maggiore, e solo il 17,1% dell’utenza presentava una cognitività preservata. Alle “classiche” finalità che accomunano tutti i centri diurni di questo tipo (ad esempio la promo-zione della domiciliarità, il contrasto al rischio di solitudine e di isolamento sociale, il concreto so-stegno assistenziale al caregiver familiare), i nostri servizi ne avevano alcune più caratterizzanti. Ad esempio, la promozione della “terapia della normalità”, lo sforzo di essere spazi di “vita” capaci di generare benessere ed emozioni positive e al contempo luoghi “aperti”, pienamente integrati con il territorio e la comunità ma anche spazi di ricerca e innovazione; l’attenzione alle fami-glie con interventi informativi, formativi ed educativi, ma soprattutto costruendo con loro un canale continuativo di comunicazione e di ascolto.

 

Per dare concretezza a questi “buoni propositi”, da sempre abbiamo adottato un modello assistenziale basato su interventi/servizi estremamente flessibili e personalizzati (traduzione nella pratica del concetto di assistenza centrata sulla persona) realizzati da un’equipe di cura multiprofessionale, selezionata, stabile, formata e fortemente motivata, basati su un approccio di tipo riabilitativo, nel rispetto e nella valorizzazione della storia di vita di ogni persona.  Da sempre abbiamo posto grandissima cura nella progettazione dell’ambiente di vita destinato ai nostri anziani e alle loro famiglie: domestico ma protesico al tempo stesso, colorato, orientante, emotivamente stimolante, realizzato artigianalmente dai nostri professionisti. Quotidianamente, ai nostri utenti e alle loro famiglie abbiamo proposto attività diverse che spaziano da quelle prettamente assistenziali (incluse le cure igieniche complete e quelle inerenti l’estetica della persona) a quelle infermieristiche, da quelle alberghiere a quelle di tipo riabilitati-vo/riattivativo (attività motoria di gruppo ed individuale, interventi di riabilitazione e stimolazione cognitiva, attività di terapia occupazionale, interventi psicosociali orientati alla sfera emotivo-comportamentale, interventi di musicoterapia, atelier di cucina creativa, artistici, sartoriali, uscite all’esterno, ecc.) agli interventi interventi di tipo relazionale ­ludico ricreativo.

 

Dopo la fase emergenziale della pandemia, la riapertura dei Centri Diurni è stata una sfida notevole. A Trieste, nei primi giorni di agosto del 2020 si respirava un clima di apparente quiete; in Residenza da molte settimane non c’erano più positività e i dati epidemiologici regionali (ma soprattutto quelli cittadini) facevano ben sperare.  Nonostante un certo ottimismo serpeggiasse tra la popolazione, tanto da incoraggiala a ripopolare le “rive” come ogni estate, lo stesso clima non veniva avvertito tra gli addetti ai lavori. L’autunno sarebbe arrivato di lì a poco, carico di incognite e timori verso una potenziale ripresa pandemica. All’epoca, vaccini e campagne vaccinali erano qualcosa di ancora lontano, quasi un miraggio.

 

Durante l’estate 2020 la pressione sui servizi da parte delle famiglie in difficoltà era notevole; il lo-ro grado di tolleranza alla situazione aveva oltrepassato ogni livello di guardia evidenziando, in modo significativo, la presenza di contesti familiari particolarmente problematici, usurati e carichi di ansia, che esprimevano una richiesta di aiuto e che, allo tempo stesso, si sentivano titubanti, incerti, frastornati su “cosa fosse meglio fare” e che faticavano ad ascoltare i consigli dei professionisti. Tutti, indifferentemente, erano alla ricerca di aiuto e di sicurezze. Inoltre, dal punto di vista degli anziani pochi mesi di sospensione dalle attività e di isolamento sociale avevano generato evidenti ripercussioni sulla loro fragilità funzionale e psico-cognitiva. In concreto, tutto ciò si è tradotto, in linea con quanto evidenziato dalla letteratura, in un peggioramento delle autonomie funzionali, in primis le motorie, in deflessioni del tono dell’umore e sindromi ansiose e, specificamente, nelle persone affette da demenza, in una tangibile progressione delle disabilità cognitive, con comparsa di disturbi comportamentali ex novo, o con un loro aggravamento.

 

Analogamente a quanto verificatosi in altre realtà assistenziali e sociosanitarie, anche per i nostri Centri Diurni la ripartenza ha rappresentato un momento di importante riorganizzazione interna, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo. I nuovi vincoli organizzativi imposti dalle misure di contenimento dell’infezione e i mutati bisogni dell’utenza hanno infatti portato ad un ripensamento a 360 gradi del servizio. Come previsto dalle indicazioni normative è stato elaborato e adottato un modello organizzativo puntuale, preciso e completo, finalizzato a contrastare tutti i possibili fattori di rischio legati al virus. Sono state riviste tutte le proposte assistenziali erogate non tanto in merito al “cosa fare o non fare” piuttosto al “come fare”3.

 

Analizzando i dati di frequenza registrati dall’agosto 2020 al medesimo periodo del 2021 emerge una situazione nuova, estremamente dinamica, mai sperimentata dal servizio prima d’ora. I movimenti “in entrata” e quelli “in uscita” sono stati continui e, cosa ancor più importante, numericamente significativi. Innanzitutto il 03.08.2020, giorno della riapertura del Servizio, nonostante una campagna informativa effettuata “a tappeto” attraverso diversi canali comunicativi (telefono, e-mail, messaggi whatsapp) si è registrata un’adesione alla ripresa della frequenza solo di 31 persone contro le 76 che avevamo lasciato prima della pandemia. I 31 anziani che hanno ripreso la frequenza alla riapertura del Centro erano già in carico ai servizi semiresidenziali al momento della sospensione delle attività; 19 erano le donne e 12 gli uomini. L’84 % di questi utenti risultava affetto da demenza di cui 10 con disturbi comportamentali maggiori.

otivazioni delle famiglie alla mancata ripresa della frequenza ai CD dopo l’emergenza sanitaria
Box 1 – Motivazioni delle famiglie alla mancata ripresa della frequenza ai CD dopo l’emergenza sanitaria

 

La riorganizzazione dei Centri Diurni per Non Autosufficienti “A casa mia” di Trieste

Dal 03.08.2020 al 31.08.2021 sono stati presi in carico 47 nuovi utenti; di questi solo 30 stanno ancora, ad oggi (ottobre 2021), frequentando il servizio mentre 17 di essi hanno chiesto la dimissione entro le prime settimane (di fatto, 1 persona su 3 ha abbandonato) dopo l’inizio della frequenza. La riapertura del servizio è stata accompagnata da un profondo ripensamento dell’intero sistema organizzativo dei nostri Centri Diurni. Rispetto agli spazi, allo scopo di garantire accoglienza e servizi adeguati e, al contempo, ridurre il rischio di contagio, sono stati identificati una serie di nuovi ambienti sia interni (124 mq circa), che esterni (circa 200mq), siti al piano terra, che, tradizionalmente, facevano parte della Residenza.

 

Dopo adeguati interventi di ristrutturazione edilizia e di ri-arredo, tali spazi sono stati destinati ad uso esclusivamente semiresidenziale, distinti in “Centro Diurno Giallo” e “Centro Diurno Rosso” a seconda del colore dominante dei loro arredi. Da allora, le due realtà semiresidenziali hanno avuto accessi, spazi, percorsi, attrezzature e personale to-talmente separati dalla Residenza ma, al contempo, differenziati anche tra loro. Inoltre, in applicazione a quanto richiesto dalla normativa, le superfici interne ed esterne assegnate a ciascuno dei due centri sono state rimodulate per garantire l’accesso in sicurezza a un numero massimo di utenti davvero contenuto (micro-gruppi)4.

 

Tenuto conto di questi limiti, per incrementare la possibilità di accoglienza ai servizi, si è andati ad ampliare la fascia oraria di apertura dei centri, estendendola dalle 8.30 sino alle 20.305 e prevedendo, in una prima fase, l’ampliamento dell’apertura anche all’intera giornata del sabato. Al momento della riapertura l’accesso degli utenti ai centri da parte era regolato su due turni (un primo turno dalle 8.20 alle 13.50 e un secondo dalle 14.50 alle 20.10) dal lunedì al sabato, festività escluse. Oggi, a poco più di un anno da quella data, fermo restando la medesima fascia oraria di apertura, il numero di giornate di apertura settimanale si è ulteriormente ampliato, portandosi a 7 giorni su 7, festività escluse.

 

Questi cambiamenti hanno consentito la suddivisione dell’utenza giornaliera in piccoli gruppi frequentanti i centri diurni in turni giornalieri diversi (mattina o pomeriggio) e/o a giorni alterni, utilizzando sempre e in modo esclusivo gli stessi spazi abitativi (sia interni che esterni) senza possibilità di spostarsi da un locale all’altro, fatta eccezione per gli operatori autorizzati. Per le attività indoor è stata programmata la copresenza nello stesso locale di un solo operatore con il piccolo gruppo di utenti.

 

Questa prima riorganizzazione “ambientale” ha ridotto la ricettività potenziale dei centri a 44 persone/per ciascun turno giornaliero, contro le 60 della fase pre-pandemica. Questo parametro oggi si è ulteriormente contratto, attestandosi su 38 persone/turno giornaliero, in virtù della riconversione di 2 locali collettivi del centro diurno giallo a camere da letto (3 posti) destinate all’ accoglienza temporanea sulle 24ore di utenti diurni (si tratta di ricoveri di durata variabile da 2-3 giorni a un mese circa, a supporto dei caregiver familiari). Va evidenziato come, nonostante questa ulteriore “stretta” alla ricettività massima dei centri, di fatto, il numero medio di presenze è decisamente più basso (al momento della ripresa, nell’agosto 2020, mediamente erano presenti 24 anziani/turno; oggi tale media si è assestata su 33 presenze ma, finalmente, pare i numeri, gradualmente, stiano crescendo). Se, nei primi mesi dopo la riapertura, la motivazione prevalente di questo dato era, come detto, una certa paura serpeggiante tra i familiari di esporre i propri congiunti al rischio di contagio (vedi Box 1), oggi la causa principale va ricercata nella condizione di estrema fragilità dell’utenza esposta a frequenti assenze per scompensi funzionali/complicanze correlate al loro stato di salute, per monitoraggi clinici, ospedalizzazioni e, non ultimo, per improvvisi decessi.

 

Questo tipo di riorganizzazione, già nelle giornate immediatamente successive alla riapertura, ha assicurato una composizione dell’équipe di cura analoga a quella attiva in fase pre-Covid ma implementata nel monte ore settimanale. Al medico geriatra (part-time, 19h/sett), si affianca/affiancano un educatore (a 38h/sett), due animatori (uno a 38h/sett e l’altro part-time a 25h/sett), un fisioterapista (a 25h/sett), un infermiere (a tempo pieno, 38h/sett), quattro operatori d’assistenza (tre a tempo pieno, 38h/sett e un part-time a 30h/ sett) e due operatrici addette alle pulizie ambientali (entrambe part-time, rispettivamente a 30h/sett e a 35/sett). Va evidenziato, inoltre, che dal mese di luglio 2021, stante l’attivazione degli accoglimenti temporanei e l’aumentata numerosità dell’utenza diurna, la composizione del gruppo si è arricchita di due ulteriori operatori di assistenza a tempo pieno. Di fatto, quindi, in ciascuno dei due centri sono presenti per ciascun turno giornaliero 4 professionisti: 1 educatore/animatore, 1 fisioterapista, 1 infermiere, 1 operatore di assistenza, più un ulteriore OSS a scavalco dei due centri, con funzione jolly.

 

Rispetto alla tipologia di attività proposte all’utenza (in particolar modo quelle di tipo riabilitativo e riattivativo), queste non sono cambiate nei contenuti; profondi sono stati, invece, i cambiamenti nelle modalità operative per porle in atto. Le disposizioni inerenti l’utilizzo degli spazi hanno, di fatto, modificato il setting erogativo dei Centri: come detto, ogni gruppo di utenti ha a disposizione uno specifico ambiente in cui trascorrere il tempo presso il servizio, una sorta di “micromondo” nel quale sono garantite tutte le usuali attività motorie, ludico-ricreative, di terapia occupazionale, di riabilitazione/stimolazione cognitiva, di tipo alberghiero e sanitario. L’utilizzo di spazi mirati, specifici per ciascun gruppo, ha reso necessario e opportuno pensare con attenzione alle modalità di composizione dei gruppi: gruppi omogenei non solo in merito alle caratteristiche cliniche dei componenti ma anche, e soprattutto, in riferimento ad altre dimensioni significative quali, ad esempio, affinità caratteriali, culturali, affinità nella storia di vita personale, esperienze professionali o provenienze geografiche.

 

In merito all’erogazione dei pasti, va segnalato che, al momento della ripresa delle attività, a seconda del turno orario prescelto alla persona è stata assicurata la colazione e il pranzo, oppure la merenda e la cena6.

 

Il consumo dei pasti è sempre avvenuto negli spazi collettivi, nel rispetto delle misure di distanziamento sociale grazie anche al supporto di apposita segnaletica adesiva a pavimento atta ad indicare agli anziani la distanza da mantenersi a tavola dagli altri utenti. Ad ogni utente è stato messo a disposizione un tavolo, allestito inizialmente con tovagliette di carta e stoviglie monouso ma oggi, fortunatamente, siamo ritornati alla nostra usuale “normalità” fatta di belle tovaglie di stoffa e piatti di porcellana. Si tratta, però, di una “nuova normalità” in cui gli operatori, tutti vaccinati, continuano a essere sottoposti (assieme agli utenti) a tamponi naso-faringei molecolari di screening con cadenza quindicinale (o settimanale in queste ultimissime settimane, stante la nuova emergenza sanitaria presente a Trieste) e ad utilizzare dispositivi di protezione individuali adeguati al rischio contingente7.

 

 

Riflessioni conclusive: ripensare a nuovi modelli di cura per l’anziano fragile per la sua famiglia

Il Centro diurno è un setting strategico nel processo di cura dell’anziano fragile. A differenza di altri luoghi di cura in questo tipo di servizio, in cui l’obiettivo è sostenere la domiciliarità, l’anziano resta protagonista della propria vita, della propria malattia, delle proprie disabilità. La sua dignità è preservata; la vita prosegue, pur nella malattia e disabilità, su percorsi molto vicini a quelli di una vita “normale”.

 

Il Centro Diurno per non autosufficienti (specie per le persone affette da demenza) è una risorsa molto meno costosa delle residenze per anziani (alto rapporto costi/benefici), economicamente più accessibile alle finanze di tutte le famiglie, con una accezione meno colpevolizzante per le famiglie stesse rispetto alla scelta di un ricovero in casa di riposo. Esso risponde efficacemente agli obiettivi di prevenire l’istituzionalizzazione (non è l’anticamera della casa di riposo!) e di rallentare il declino psico-fisico della persona nel suo complesso. Fornisce inoltre un aiuto concreto per il caregiver familiare, lo solleva dall’accudimento continuo e, al contempo, garantisce formazione, educazione e affiancamento all’interno di una relazione significativa con gli operatori.

 

Ad un primo sguardo parrebbe una panacea per la gestione domiciliare dell’anziano fragile o della persona con demenza… In realtà non è così! Tra i servizi destinati alla non autosufficienza, il Centro Diurno continua a rimanere il servizio meno sviluppato e diffuso, una sorta di “Cenerentola”, un “parente povero”, attorno al quale non circuitano investimenti né azioni di studio o ricerca. Risulta essere spesso poco integrato e scarsamente coordinato con gli altri servizi della rete per l’anziano, dialogando poco con i setting considerati “più importanti”.

 

Sui tavoli che contano il Centro Diurno per non autosufficienti non è mai presente; eppure tra le famiglie è un servizio molto amato. La pandemia ha colpito anche i servizi semiresidenziali ma i dati sui Centri Diurni nazionali presentati nel corso del webinar: “Centri Diurni Alzheimer a Covid-19. E adesso la rinascita” fanno ben sperare in quanto testimoniano che questi servizi stanno mostrando grande vitalità e flessibilità, con insperate capacità di adattamento.

 

Anche la nostra esperienza conferma questo trend: “A Casa Mia” è un luogo che pur, con le sue quotidiane difficoltà e i suoi continui riadattamenti a situazioni in continua evoluzione, si propone, giorno dopo giorno, come “solida stampella” a favore di anziani e famiglie che necessitano di sostegno, speranza ed emozioni positive, oggi ancora più di prima. Nulla sarà più come prima ma siamo fiduciosi che, nel prossimo futuro, possano aprirsi scenari persino migliori.

 

Il presente contributo è stato elaborato dalla tesi di Master di II livello in Psicogeriatria dell’Università La Sapienza di Roma dal titolo “Servizi Semiresidenziali per Anziani Non Autosufficienti e COVID19: un’opportunità per ripensare a nuovi modelli di cura destinati all’anziano fragile e alla sua famiglia. L’esperienza di ri-costruzione dei Centri Diurni “A Casa Mia” di Trieste” di Gabriella Bellini, relatore prof.ssa Carolina Bologna.

Note

  1. Più del 60% delle Strutture aveva chiuso i battenti oppure aveva registrato perdite di utenza superiori al 50%. Nel 30% circa dei casi le perdite sono state inferiori al 50% e solo un 10% dei Centri (i più piccoli) ha mantenuto una numerosità di utenza analogo al servizio prepandemia
  2. Da sempre il target di utenza è stato quello delle persone ­ anziane e non ­ non autosufficienti. Nei primissimi anni di attività, però, si trattava, per lo più, di soggetti parzialmente non autosufficienti con prevalenti limitazioni funzionali di tipo motorio o sensoriale, o ad alto rischio di isolamento sociale e di istituzionalizzazione definitiva per cause di natura socioambientale (di fatto, i centri erano luoghi di socializzazione e di care leggero). Successivamente, ma in tempi rapidi, il grado di fragilità sia dell’utenza che dei caregiver familiari si è notevolmente elevato e la persona affetta da demenza con i suoi deficit cognitivi, l’elevato carico assistenziale e significativi disturbi del comportamento è diventata il nostro “utente tipo”
  3. Prima della pandemia i nostri Centri erano abituati a frequenze in graduale ma costante crescita e a un’utenza “fidelizzata” la cui permanenza media nel Servizio oscillava mediamente tra i 2 e i 3 anni. Le “uscite” dai Centri (in massima parte fisiologiche per naturale aggravamento della disabilità di cui la persona era portatrice) erano sempre frutto di un percorso di accompagnamento svolto insieme alla famiglia, che portava i professionisti del Servizio a ricercare, con il nucleo familiare, la soluzione più adeguata ai nuovi bisogni della persona
  4. Ogni spazio accoglie mediamente di 6-8 persone, in base alla specifica superficie di ciascun locale, fino a un massimo di 10 anziani accolti nell’ambiente più grande del centro diurno rosso (con una superficie di circa 160 mq), destinato agli utenti con wandering
  5. In epoca pre-Covid, invece, gli orari di apertura erano fissati dalle 8.30 alle 19.15 dal lunedì al venerdì (con la possibilità di beneficiare di fasce orarie di pre e post accoglienza richieste al bisogno e fissate alle 8.00 del mattino e alle 19.45 la sera) e dalle 8.30 alle 14.30 il sabato
  6. Inizialmente, al fine di evitare la manipolazione delle pietanze in fase di distribuzione e porzionamento, la preparazione delle stesse era stata affidata a centri di cottura esterni ai servizi e la corretta conservazione è stata garantita dall’utilizzo di contenitori personalizzati e imballi isotermici. Da molti mesi, invece, pur adottando specifici percorsi e procedure di sicurezza, siamo tornati ad utilizzare la nostra cucina interna, integrata dalle produzioni dei nostri utenti, frutto dei laboratori di cucina terapeutica
  7. In questo momento in cui il rischio di contagio è nuovamente molto elevato abbiamo ripristinato i DPI impiegati nei primi mesi della riapertura, ovvero cuffia monouso, facciale filtrante FFP2, peraltro mai dismessa, visiera di protezione personale sanificabile, guanti monouso di III categoria e sovra camice monouso in TNT, coprisuola usa e getta

Bibliografia

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