Cultura e società

Un welfare anziano: invecchiamento della popolazione o ringiovanimento della società?

Dal libro a cura di Marianna Madìa, introduzione di Enrico Letta, Il Mulino-Arel, Bologna 2007

Il solo titolo di questo agile volumetto richiama l’attenzione perché si pone ad di fuori dei consueti retorici proclami sulla gravità della situazione e sulla sua ingestibilità.

Sono infatti 20 anni che sentiamo annunci di sventure che fortunatamente non si realizzano, anche grazie alla ricchezza del tessuto sociale, sempre più capace di risposte di quanto noi siamo in grado di prevedere. I problemi indotti dall’invecchiamento continuano a porci la sfida di sempre: se diamo attenzione solo alla demografia rischiamo di compiere errori di previsione ed esserne poi abbagliati; se, invece, poniamo l’accento sulle singole realtà – in grado di affrontare i grandi problemi con le piccole grandi risorse dell’individuo, della famiglia e delle microrealtà locali- il futuro si apre a segni di speranza. In questa logica, ad esempio, si colloca il secondo convegno su “La terza economia”, organizzato per il prossimo novembre dalla Fondazione Socialità e Ricerche e da Ambrosetti, che mira a potenziare, nel mondo economico, gli spazi delle persone anziane come produttrici di ricchezza, e non solo di costi indotti dalle problematiche previdenziali e assistenziali.

Il volume – pubblicato dal Mulino in collaborazione con Arel, la storica agenzia di ricerche e legislazione fondata da Beniamino Andreatta – è introdotto da un breve saggio di Enrico Letta che traccia le linee dei diversi capitoli ai quali hanno contribuito Massimo Livi Bacci, Tiziano Treu, Tito Boeri, Fabio Pammolli, Marianna Madia, Natale Forlani, Daniel Gros.

In particolare il volume sottolinea l’imprevedibilità dei fenomeni; riporta l’esempio delle previsioni sulla spettanza di vita fatte nel 1995 per il 2005, che sono risultate sottostimate per difetto di 1,3 anni per gli uomini e di 1,8 anni per le donne. Nello stesso periodo – aggiungiamo noi – è esploso il fenomeno delle badanti, certamente non previsto né programmato negli anni ’90 e che ora invece gioca un ruolo fondamentale nello scenario dell’organizzazione dell’assistenza. Quindi la caratteristica del presente su molte tematiche sociali (e tra queste l’invecchiamento) è l’imprevedibilità dei fenomeni e la velocità con la quale avvengono.

È naturale pensare alla lentezza con la quale la politica italiana risponde a queste dinamiche ed al rischio che corriamo rispetto ad altre nazioni, più attente di noi ad adeguare gli strumenti di governo all’evoluzione dei fenomeni sociali. Ma anche altri cambiamenti si sono verificati repentinamente in questi anni; si pensi a fenomeni apparentemente non collegati tra loro come la crisi della famiglia, della quale non siamo in grado di prevedere il futuro, anche perché da una parte sembra esercitare sempre di più la funzione di utero per i giovani timorosi della loro stessa autonomia, e dall’altra invece non appare più in grado di occuparsi serenamente e fattivamente dei propri vecchi. Si pensi inoltre al fenomeno dell’enorme differenziazione all’interno del mondo degli anziani, e non solo per quanto riguarda la storica differenza tra il 15% di persone con qualche livello di dipendenza e l’85% indipendente, ma anche la capacità di avvicinarsi a modelli di consumo altamente differenziati indotta, tra l’altro, dalla diversa propensione a conservare un lavoro e quindi interessi legati all’appartenenza al mondo produttivo.

Tra le risposte al problema dell’invecchiamento che vengono proposte dal libro vi sono precise indicazioni per una ripresa della natalità (i cui effetti però si vedranno a lungo termine) e per una politica seria dell’immigrazione, superando barriere culturali e psicologiche radicalmente infondate (affidiamo agli immigrati le nostre persone più care, i bambini ed i vecchi, e poi costruiamo scenari di paura, che sono in contrasto con le nostre stesse manifestazioni pratiche di fiducia!).

Ovviamente, anche in questo campo la politica dovrebbe essere molto più moderna di quanto oggi non sia, costruendo provvedimenti per governare l’immigrazione in modo non tradizionale, cioè attraverso i permessi di soggiorno difficili da conquistare e tutti uguali, e la regolarizzazione di dipendenti che non hanno nessun interesse alle nostre future pensioni, ma che invece potrebbero pagare le tasse, contribuendo al benessere collettivo. Tra i molti che possono essere letti nel volume, sottolineo un ultimo spunto interessante, cioè la proposta di rinforzare la rappresentanza politica dei giovani, abbassando l’età del voto. Se continua a crescere il peso relativo degli elettori anziani, come possiamo sperare che la politica abbia il coraggio di cambiare, di fare proposte innovative per migliorare la vita di tutti? Sembrerebbe una contraddizione, ma forse è proprio così: dare più spazio ai giovani per costruire una società più giusta anche verso gli anziani. Abbiamo il coraggio di sostenere la proposta? Potrebbe essere significativo che fosse portata avanti anche da chi si occupa professionalmente della “protezione” dell’anziano e quindi non è sospettabile di ageismo!

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