Senza Susan la mia casa si ferma

1 Settembre 2010 | Cultura e società

Senza Susan la mia casa si ferma

Badante. Un brutto neologismo, declinato soprattutto al femminile, che sembra suggerire un gradino un po’ basso nella professione di cura. Ma la badante ha altro a cui badare, non certo alle sfumature linguistiche. Anche perché spesso la lingua -per la badante – più che uno strumento è un ostacolo. Sono infatti quasi tutte straniere le tante badanti richiamate qui dal rapido, crescente invecchiamento della nostra popolazione. In un’Italia sempre meno giovane, con famiglie affaccendate e talvolta frantumate, il carico di cura dell’anziano è un problema.

 

Le pasticche per il cuore, per la tosse e il raffreddore, niente dolci col diabete, le pantofole imbottite: non è facile per questi anziani che soffrono, ma che talvolta, ancora, si innamorano, come canta Simone Cristicchi nella canzone «L’ultimo valzer1». Un anziano signore è parcheggiato in una casa di riposo, tra bicchieri d’acqua in cui galleggia il mio sorriso e aria che sa di mele cotte. Ma ecco che il cuore batte più forte nel petto saranno i bypass. È un colpo di fulmine inatteso per un’altra ospite: per fortuna una bellissima signora è proprio qui. E allora, già mi immagino quando la sposerò e faremo la lista di nozze in una farmacia… Mi conceda quest’ultimo valzer, signora Lucia.

 

Al di là delle canzoni, la realtà è che l’offerta di strutture residenziali scarseggia e l’assistenza domiciliare è un bel sogno. Così, nelle famiglie prevale il fai da te: l’arrangiarsi come si può, finché si può. Poi ci si affida al mercato: la domanda d’aiuto è alta e l’offerta non manca. Manodopera privata, non specializzata, straniera. Il decisivo apporto dei migranti anche nei servizi alle famiglie (dove gli stranieri sono il 67%) è sottolineato dal giornalista Vladimiro Polchi nel suo docu-fiction « Blacks Out 20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati »: In Italia, infatti, secondo l’Eures, almeno 300mila famiglie ricorrono quotidianamente all’aiuto di una colf o badante straniera. Ed è un dato prudenziale (Polchi, 2010). Mescolando una parte romanzata a dati reali e aggiornati sull’immigrazione, l’autore immagina un giorno di sciopero degli immigrati e la relativa paralisi del paese. Una paralisi che coinvolgerebbe molte famiglie italiane poiché, ricorda Polchi, in Italia lavorano 774mila assistenti famigliari, di cui 700mila straniere.

 

Secondo il Censis, una famiglia su dieci è badante-dipendente (Polchi, 2010).Se non ci fossero dunque le badanti straniere, magari filippine, come nel libro? Senza Susan la mia casa si ferma.

 

Quell’equilibrio che permette a tutti di vivere una vita normale, frenetica per orari e impegni,cessa di esistere. Ma com’è l’esistere nella terra straniera che è diventata casa per queste donne che vengono, per esempio, dai paesi dell’Est? Cosa vuol dire per loro questo temporaneo esilio, che trova rifugio nel bisogno di chi è reso fragile dalla malattia o dall’età avanzata? Risponde un bel libretto bilingue uscito qualche anno fa: «Piccole ballate. Pensieri in forma poetica di donne ucraine». Raccoglie voci di migranti adulte, madri o anche nonne, spesso laureate o diplomate, ora badanti. Perché la sfortuna ci ha spinto all’estero… Chi arriva non sa la lingua e si sente sordomuta come un pesce, scrive Olha. Ma non maledico, non piango, c’è un po’ di bello e di triste in tutto questo, non vedo la malizia nelle intenzioni del destino che m’ha mandata così lontano. Frammenti di storie vere, testimonianze di un’aspra odissea, tra fatica e nostalgia, tra il peso del nuovo impegno e un senso di vuoto. Qui il tempo si è fermato. Tu, vivi. Ma la vita non c’è. Anche se le labbra ridono, gli occhi sono tristi… E il come stiamo bene! sono solo parole per i figli lontani, per i famigliari. I giorni sono duri, ma per fortuna ogni tanto è domenica. Andiamo ai giardini, ci raccontiamo tutto, piangiamo un pochino… Poi di sera torniamo ai signori. Da assistere, accudire. E spesso sono molto esigenti, questi signori, soprattutto se malati o depressi, irritati e sospettosi.

 

Se è vero che la disabilità cresce con l’età e la demenza è emergenza sociale, il rapporto col paziente richiede un’infinita pazienza. Tra chi cura e chi è curato – tra badante e badato-la relazione è di stretta vicinanza; una gabbia, a volte. Ma a volte no. Se nutrita da sensibilità e rispetto, può trasformarsi in comprensione (Mi dispiace davvero/ vedere le ombre negli occhi di brava gente…).

 

E divenire affettuosa partecipazione, come scrive Maria: La nonnina è sempre nel letto… Da sei anni i suoi piedi non camminano. Bisogna lavarla,/ imboccarla e darle le medicine,/ e dirle una parola di tenerezza./ Anche se è un’estranea per me,/ mi rotolano lacrime abbondanti/ quando vedo le sue sofferenze. Anche i famigliari vedono le pene e l’impegno.

 

Si legge in «Blacks out» di Susan, badante filippina: Susan è stata vicina a mio nonno per anni. Gli dormiva accanto quando lui è stato male e non l’ha lasciato mai solo, fino alla fine. Siamo rimasti ammirati dalla pazienza e dall’affetto che una persona estranea come lei ha dimostrato nella fase più difficile della malattia. Da allora Susan lavora a casa di mia madre e si prende cura di mia sorella Giulietta. Accudire questo scricciolo di 34 chili vuol dire assisterla in tutto: darle da mangiare, lavarla, vestirla, controllarla ogni momento, ma anche farla distrarre, coinvolgerla quotidianamente.

 

Pensieri e gesti ricchi di umanità. Segno di un’arte del vivere -e del con/vivere-saggia e antica. Di un’intelligenza del cuore che le nuove professionalità di cura non dovrebbero dimenticare.

Bibliografia

Polchi V. Blacks Out 20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati. Editori Laterza, 2010.
Vdovychenko O. (a cura di) Piccole ballate. Pensieri in forma poetica di donne ucraine, Brescia, Editrice La Rosa, 2003.

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