1 Settembre 2011 | Cultura e società

La condizione dell’anziano nelle popolazioni zingare

A fronte della continua decrescita demografica della popolazione italiana, la popolazione Rom o Sinti italiana mantiene un tasso di fertilità di oltre 2 figli per donna.

Si può ben dire che l’attaccamento alla famiglia e alla possibilità di vedersi circondati da figli e nipoti rappresenta uno degli orgogli delle popolazioni “zingare”. La popolazione minorile raggiunge le punte del 60% nelle comunità Rom e Sinti italiane, e la stessa percentuale si riscontra anche nelle stesse comunità insediate da secoli nell’Europa dell’Est e nei Balcani. Il rovescio della medaglia è dato dal fatto che l’aspettativa di vita, pur essendo in lieve crescita, risulta decisamente inferiore rispetto alle popolazioni cosiddette “stanziali” o “gadgè”. Dalle analisi svolte a livello europeo risulta che la vita media dei maschi Rom sia di circa 55 anni, mentre per le donne si arriva alla soglia dei 60. A livello dei 27 stati dell’Unione Europea, a fronte di un 51% della popolazione che raggiunge i 75 anni, solo il 25,7% degli anziani Rom raggiunge quell’età. La forbice si assottiglia ancor di più per quanto riguarda gli ultraottantenni: solo il 4,5% dei Rom arriva agli 85 anni, a fronte dell’11,2% della popolazione sedentaria. Da questi dati si deduce che le popolazioni cosiddette nomadi, sia in Europa sia nel nostro paese, sono in buona parte costituite da bambini e giovani adulti.

Tale situazione rende ragione di alcuni fattori:

  • la promiscuità dell’habitat in cui molte popolazioni nomadi sono costrette a vivere;
  • una certa forma di determinismo fatale dell’esistenza umana: l’oggi è fondamentale, “del doman non c’è certezza”;
  • la percezione negativa suscitata nella maggioranza culturale ed etnica dei paesi di insediamento, facilmente inclini al pregiudizio e alla marginalizzazione;
  • gli insediamenti fatiscenti, con carenza di servizi e di strumenti di sollievo di cui fanno ampiamente uso i sedentari: aumentano le tv ultrasottili, ma non vi è un congruo aumento di strumenti di gestione domestica, quali lavatrici, ecc.
  • la scarsa percezione della necessità di una scolarizzazione, che si accompagna ad una difficoltà, soprattutto da parte della popolazione femminile, a gestire la propria capacità riproduttiva.

 

È infatti dimostrato, anche presso altre popolazioni, cosiddette a sviluppo rallentato, che una maggior scolarizzazione ed autonomia della componente femminile produce una riduzione del numero di figli ed una maggior crescita di benessere economico. Ora è ben chiaro che i depositari della memoria e della saggezza riconosciuta all’interno delle comunità sono, e non può essere altrimenti, i pochi anziani che nella lunghezza della propria vita sono stati in grado di immagazzinare un sapere, che rappresenta il sapere da tramandare e da portare avanti in un contesto di trasmissione orale dei valori e degli interdetti.

Inoltre, visto che è la componente femminile a vivere mediamente più a lungo della componente maschile, sempre dominante e fonte di organizzazione sociale, capita spesso che le donne anziane vengano chiamate a consiglio per dirimere le questioni che possono nascere all’interno del gruppo e, in questo contesto, si può ben dire che le biblioteche viventi della cultura e della tradizione Rom o Sinti siano le donne.

 

La coesione familiare

Per le popolazioni Rom e Sinti il “vecchio” acquisisce la propria importanza in quanto fulcro e riferimento dei giovani e della famiglia tutta. Il Rom non si situa, e non potrebbe essere altrimenti, che in rapporto alla propria famiglia e all’interno della propria famiglia, ed è nell’ambito familiare, inteso come famiglia allargata, che gli anziani, maschi e femmine, occupano un posto fondamentale, non legato solo alla discendenza, ma di garanzia di stabilità e di crescita di tutto il gruppo. Il Rom non è conosciuto né riconosciuto in quanto individuo, ma in ragione del lignaggio nel quale si situa. È colui che appartiene a tale lignaggio. Se il lignaggio è stimato e conosciuto, l’individuo viene allora preso in considerazione da tutti. È la discendenza (vitsa) che dà l’esistenza. La condotta individuale, quindi, correlata a quella dei propri familiari, consisterà nel conservare e nell’affermare la reputazione della famiglia. Da qui forse deriva il grande attaccamento alla tradizione da parte della famiglia Rom, perché ogni valore si situa tra l’onore e l’onta, e per avere onore e rispetto bisogna osservare le leggi Rom.

L’obbligo di mantenere alto l’onore della famiglia viene monitorato e garantito dagli anziani, che rappresentano il collegamento diretto e più prossimo con gli antenati, a cui si deve sempre rendere onore versando alla terra ogni primo sorso di alcool, in modo da ristabilire simbolicamente tale equilibrio basato sul rispetto della discendenza.

La famiglia non è solamente importante per l’individuo e determinante per la sua condotta, ma è anche un elemento essenziale dell’organizzazione sociale. L’unità sociale elementare non è la famiglia ristretta ai genitori e ai figli, ma la famiglia allargata, la “vitsa”, il lignaggio. È la “vitsa” che permette di sapere chi è l’individuo e che permette di valutarlo come alleato o no, o come degno di rispetto o no. Una “vitsa” può essere costituita anche da 200 persone e vi è una suddivisione solo quando l’uomo diventa nonno, diventando allora capo di una famiglia allargata che porta il suo nome.

Gli uomini anziani rappresentano un’autorità per i giovani, sono rispettati e vengono chiamati familiarmente “kakò”, zio. I bambini appartengono al lignaggio del padre e finché non diventano dei Rom (uomini), vale a dire fino a quando non sono sposati e padri di un figlio, vengono designati come “figli di…”.

È l’uomo che è il depositario del prestigio della famiglia, ed è lui che mantiene il legame tra la famiglia e il gruppo; la donna si occupa della casa, dell’educazione dei figli e soprattutto delle figlie.

Il Rom ama infinitamente i propri bambini, che sono il centro della famiglia, anche se sembra che tutti si disinteressino: il bambino fa ciò che vuole, come vuole e quando vuole. L’educazione del bambino all’interno del lignaggio ha due obiettivi primari: il primo, il bambino deve imparare l’importanza della “vitsa” e deve dimostrare amore, lealtà e altruismo verso di lei, e tale atteggiamento fondamentaleè necessario alla coesione sociale. In cambio il bambino ottiene una sicurezza psicologica ed economica che solo il gruppo gli può dare. Il secondo obiettivo è quello dell’assimilazione delle regole (interdetti e obblighi), ed è sottinteso al primo. Rispettando le regole l’individuo perviene alla coesione sociale e alla sicurezza, ma se rifiuta questo sistema egli verrà sottoposto al giudizio della “kris” (consiglio o tribunale).

Dall’importanza della famiglia allargata e della progenie si evince la fondamentale centralità del matrimonio nella società Rom. Ed è per la sua importanza come fattore di coesione sociale che il matrimonio viene pilotato dai padri, previo consenso degli interessati, e resta assodato che la politica matrimoniale tenda ad accrescere il potere e il prestigio della vitsa.

 

Gli anziani a garanzia di un’etica zingara?

La società zingara si distingue dalla società “gadgè”, e le leggi che la regolano hanno un valore normativo solo per l’interno: le relazioni tra Rom restano fondate su un principio di uguaglianza e di rispetto reciproco. Si può impossessarsi dei beni di un “gadjo”, ma non si può derubare un altro Rom; così pure i matrimoni sostanzialmente endogamici, vanno celebrati secondo le leggi Rom, all’interno del campo e solo in un secondo tempo si provvederà, per la pace con le autorità autoctone, a regolarizzarlo in chiesa, in moschea o al municipio.

Gli adulti e gli anziani stanno alla base delle strategie matrimoniali: la nonna o il nonno sono punti di riferimento per i giovani, più ancora che per gli stessi genitori.

Tale controllo sociale esercitato dagli anziani determina il fatto che i matrimoni esogamici non siano ben visti e se una “Romni” sposa un “gadjo” rischia l’espulsione dalla comunità, anche perché rischia di rivelare all’esterno i segreti del gruppo. Tale matrimonio viene solo tollerato quando da questa operazione tutto il gruppo può trarne benefici: è il caso di matrimoni tra “Romni” e nobili in Russia, o tra “Romni” e persone influenti in Occidente. Per quel che concerne l’età del matrimonio, gli zingari si sposano ancora relativamente in giovane età per la necessità di mantenere un equilibrio nel contesto di promiscuità in cui si viene a vivere in un campo, spesso strutturato da autorità esterne al gruppo senza omogeneità delle famiglie che lo abitano, per cui l’onorabilità di una ragazza (la verginità) e le pulsioni del ragazzo vanno preventivamente tutelate e prevenute con una regolamentazione affidata ad matrimonio consuetudinario.

L’etica comportamentale zingara non distingue la teoria dalla pratica, ma è estremamente realista, è una morale che tiene conto solo di quello che è del dominio del possibile. Più che mettere in pratica l’amore del prossimo e l’odio del nemico, lo zingaro, con molto senso pratico, tende concretamente a ridurre il numero dei suoi nemici e l’unica regola morale resta la vecchia regola del taglione, occhio per occhio, dente per dente, spesso sostituita con un indennizzo in danaro per i torti subìti. Se la morale non-zingara è di solito in correlazione ad una teologia e ad una religione, lo stesso vale anche per la morale zingara. La trasmissione di tale Weltanschauung viene garantita dalla tradizione orale curata e mantenuta grazie agli anziani del gruppo, e i bambini verranno edotti in questa visione del mondo: molto laica e pragmatica.

Il dio zingaro, “Pouro Del”, non è un Dio creatore della terra, ma è lui stesso che nasce dalla Terra, la quale non è stata creata, ma è sempre esistita, e così il principio del male il “Bheng” (personalizzato nel rospo o nel dragone di S. Giorgio dell’iconografia bizantina), che nasce pure dalla terra: per cui sia il “Bheng” che il “Pouro Del” sono ambedue stati creati dalla terra. Dio è il bene, mentre il diavolo è il male, ma non è nemico del bene, di cui è compagno. La lotta tra i due principi è solamente causata dal desiderio del “Bheng” di prendere il posto del Del. Il “Bheng” non è il male assoluto, ma è cattivo solo con gli uomini, e cerca di portarli sulla strada del male, e se saranno stati cattivi discenderanno nell’abisso dello Yado e diventeranno dei “mulè” o “tchahanè” o vampiri. Anche coloro che muoiono in modo tragico discenderanno allo Yado, perché sicuramente avranno commesso qualche cosa di grave nella loro vita. Al contrario, se sono stati buoni ed hanno avuto una morte normale, il Pouro Del sceglierà per loro un posto meraviglioso nel Raio, luogo situato nell’altra terra al di sopra del cielo e delle stelle.

Il principio del bene lascia agli individui la libertà di scegliere il proprio comportamento, e cerca di aiutarli a compiere le buone azioni e ad evitare le cattive; in caso di cattivo comportamento il pentimento può riportare sulla buona strada. Tale dualismo potrebbe avere origini dalla tradizione religiosa indiana, ed un raccordo certo a tale origine è dato dalla festa delle Saintes Maries de la Mer in Camargue, a fine maggio, quando gli zingari si ritrovano per festeggiare la loro patrona, Sarah (una delle tre Marie di pelle scura): tale forma di festa, infatti, corrisponde al carnevale delle lampade che viene celebrato in India in onore della dea Kalì. Gli zingari islamizzati o cristianizzati vivono con molta libertà la loro attuale condizione religiosa, ma mantengono radicata la convinzione religiosa tradizionale.

 

Conclusioni

Come tutte le società, anche quelle Rom e Sinti sono in continua trasformazione, e non sempre i valori tradizionali o l’organizzazione dell’autorità a livello di famiglia allargata trovano conferma. Si assiste ad una lenta, ma continua, contaminazione da parte della società culturalmente dominante, e la stessa scolarizzazione, voluta e proposta fortemente da parte di tutte le istituzioni scolastiche, introduce inevitabilmente dei conflitti generazionali e non sempre i codici comportamentali trasmessi dalla pedagogia corrente possono essere coniugati con i codici comportamentali vigenti a livello di comunità nomade. Un dato per tutti, il nomadismo si sta drasticamente riducendo in tutta Europa, e con l’aumento della sedentarizzazione diminuiscono anche le funzioni di un’autorità esercitata in un contesto di fluidità delle appartenenze. La stabilità depaupera le funzioni di regolamentazione della mobilità e delle relazioni infragruppali: lo spazio si ferma, i riferimenti diventano stabili, “istituzionali”, e la stessa autorità degli anziani del gruppo ne risente in quanto il sapere acquisito nella formazione scolastica, oppure una certa forma di benessere e di riconoscimento sociale, acquisito anche al di fuori della comunità, riduce la funzione dell’anziano come punto di riferimento della memoria collettiva. Tale trapasso creerà sicuramente degli scossoni e una forte crisi di coesione sociale. Lo spettro più temuto della solitudine rischia di impadronirsi anche dei “figli del vento”.

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