Editoriali

Editoriale
Gli anziani protagonisti nel volontariato sociale. Un parere Intervista a Don Virginio Colmegna

Il rapporto fra anziani e volontariato è ampiamente bidirezionale. Gli anziani, infatti, non sono solo “fruitori” di volontariato all’interno dei servizi di assistenza, ma rappresentano anche e soprattutto una componente importante di chi svolge attività volontaria di aiuto alla persona. Dal sito dell’Associazione per l’autogestione dei servizi e la solidarietà(AUSER): “….L’ultima rilevazione dell’Istat sul volontariato in Italia mette in evidenza che il 36,8% dei volontari ha oltre 54 anni (erano il 30,4% nel 1995) e sono le volontarie donne ad essere più anziane: il 38,4% a fronte del 35,6% degli uomini, specchio di una società in cui l’invecchiamento è tinto di rosa….” (http://www.auser.it/anzianiedintorni/anziani6.htm). Dai dati della ricerca “Invecchiamento Cerebrale ad Abbiategrasso” (InveCe.Ab – ClinicalTrials.gov, NIH, 2011; Identifier: NCT01345110), inoltre, scopriamo che l’11,5% dei 70-75enni fa volontariato in larghissima maggioranza in modo continuo e non occasionale, a fronte di una media della popolazione che si attesta attorno al 9,4%. Insomma, la presenza degli anziani, o meglio delle persone in età adulta avanzata, nelle attività di volontariato è consistente, e tali attività uniscono il fare del bene agli altri al fare del bene anche e soprattutto a se stessi. Diversi studi, infatti, evidenziano un beneficio in termini di benessere e di sopravvivenza per gli adulti e gli anziani che svolgano attività di volontariato sociale. Di recente è stata pubblicata una revisione sistematica della produzione scientifica (Von Bonsdorff MB, Rantanen T. Benefits of formal voluntary work among older people. A review. Aging Clin Exp Res 2011;23(3):1629) che si è occupata degli effetti del volontariato svolto dagli anziani; da tale revisione, basata su 16 studi che rispondevano a rigorosi criteri di inclusione (ne hanno esclusi ben 2881!) risulta chiara l’associazione fra attività volontaria e aumento del benessere fisico e psichico, ma anche una riduzione della mortalità che, in alcuni degli studi citati, arriva a superare il 14%.

Il volontariato è quindi un’attività sicuramente da consigliare non solo per motivi di solidarietà sociale e umana, ma anche per il riflesso benefico su chi la svolge in età adulta-anziana, perché aiuta ad invecchiare meglio. Ma come si presenta oggi questo settore? È pronto ad accogliere gli anziani? La crisi economica e la diffusione di servizi remunerati gestiti da associazioni nate per il volontariato come stanno modificando questa attività? Abbiamo chiesto un parere a Don Virginio Colmegna, fondatore e presidente della Casa della Carità di Milano, che da molti anni si occupa di questi temi. Don Virginio sottolinea che il volontariato è caratterizzato dalla “gratuità”, un concetto chiave che oggi appare fragile di fronte alle pressanti dinamiche innestate dalla crisi economica. Eppure la gratuità appare irrinunciabile se si vuole mantenere la funzione di “prossimità” e di “relazione” che l’attività di volontariato nel sociale comporta. Il volontario porta un “quid”in più, non concorre semplicemente ad attuare gli scopi e le azioni dei servizi, quindi la sussidiarietà non può essere un tema gestionale, ma piuttosto riflette quello che Ardigò chiamava i “mondi vitali”, con anche un benefico scompaginamento delle settorialità e degli schemi in cui spesso sono rinchiusi i servizi alla persona. Alcune leggi hanno introdotto sia elementi positivi sia qualche confusione. Ad esempio, la Legge n.266/1991 non è una legge che regola “il volontariato”, ma approfondisce un aspetto specifico, quello dei rapporti fra volontari e istituzione, certamente importante, ma che non riassume il contenuto dell’attività delle associazioni di volontariato. Ancor più la Legge 381/91, che regolamentala cooperazione sociale, può portare a confondere le attività del terzo settore e quelle proprie del volontariato.

È necessario, quindi, prestare particolare attenzione a non confondere il tema della “gratuità”, del dono, con quello del risparmio gestionale. Certamente vi è un valore, anche economico, da riconoscere all’attività di volontariato per le persone, ma si tratta del valore che deriva dal mettere al centro la persona e non il servizio. Si rischia, insomma, di spingere l’attività volontaria verso la realizzazione di interventi quantitativi che corrispondano ad un efficiente uso dei finanziamenti, invece che valutare i risultati sui beneficiari, certamente più legati agli aspetti di qualità della relazione. Il volontariato porta ad una costante azione formativa sulle attività dell’intero servizio in cui è presente, per cui non ne è la “ruota di scorta” ma ripropone costantemente all’interno dei servizi sociali il tema della dignità della persona, con una permanente funzione di “advocacy”: introduce, cioè, una voce che aumenta la coscienza civile di tutti e porta nel tessuto sociale una prossimità positiva, spontanea, un informale di cui tutti abbiamo sempre più bisogno. Se un vicino di casa ha bisogno di un aiuto per la spesa che facciamo? Gli diamo una mano o chiamiamo il servizio comunale di assistenza? Il processo di istituzionalizzazione del volontariato attuato in questi anni, che pure ha dei risvolti positivi, rischia di diventare un freno ai temi propri della sua azione.

Questo non vuole diminuire in alcun modo il valore della regolamentazione e dell’apporto professionale di tutti coloro che sono impegnati nel terzo settore, ma il volontariato va visto in un’altra dimensione. Don Virginio sottolinea come la remunerazione e la gratuità ben si conciliano perché l’aiuto alle persone in stato di bisogno non è da ascrivere alla categoria dei “sacrifici” ma a quella del piacere, della felicità, del senso del vivere. Questo, a suo parere, spiega perché le ricerche dimostrano che lo stato funzionale psicofisico, il benessere e alla fine la salute siano migliori in quegli anziani che fanno volontariato. Forse è il termine stesso “volontario” che è riduttivo e non descrive bene quello che le persone fanno, e occorrerebbero dei termini nuovi.

Ad una domanda specifica sulla presenza degli anziani nel mondo del volontariato Don Colmegna mette in guardia gli anziani da una certa tendenza al lamento e ad un’eccessiva attenzione alle richieste di mutamenti organizzativi, o altro, che può portare qualche difficoltà alle associazioni. È inoltre interessante osservare, prosegue, come la maggior parte degli anziani che arriva alle nostre associazioni non chieda di essere impiegato secondo le sue specifiche capacità, non raramente professionali elevate, ma voglia fare un’esperienza diversa in cui per l’appunto prevalga la relazione sulla capacità specifica. Per favorire l’ingresso dei nuovi volontari adulti e anziani occorre a suo parere mantenere un giusto equilibrio fra due aspetti apparentemente contraddittori: la rigorosità e la flessibilità. La soluzione di questa contraddittorietà sta nella costante riproposizione degli scopi e della “mission” delle attività svolte. Questo termine (mission) non va visto in senso aziendale, cultura che non ci ha portato un granché di buono, ma al contrario significa sottolineare che il contenuto di relazione e di prossimità mette in discussione costantemente l’aziendalismo, a favore degli elementi di rottura degli schemi che comporta il mettere la persona al centro. Il colloquio con Don Colmegna ha quindi messo in luce come occorra recuperare le radici oblative ma non sacrificali e l’intensità relazionale della presenza dei volontari all’interno dei servizi. Non per negare l’importanza delle cooperative sociali e del terzo settore, ma va evitato di confonderle con il volontariato, evitando anche di vedere nell’apporto dei volontari un modo per risparmiare risorse dovute dai servizi di assistenza alla persona.

Nel valorizzare questi aspetti sia con un’organizzazione adeguata sia con un’attività formativa appropriata, il mondo dei volontari sarà sempre più attraente anche per gli adulti anziani, con l’innesco di un circolo virtuoso di accrescimento di quello che Don Colmegna ha più volte sottolineato con il termine di “cittadinanza attiva” e aumentando così il senso civico per tutti.

Insomma, più anziani che fanno attività volontaria di aiuto significa più benessere per chi è in stato di bisogno, più benessere per loro stessi, ma anche più benessere per tutta la società.

P.I. 00777910159 - © Copyright I luoghi della cura online - Privacy Policy - Cookie Policy

Realizzato da: LO Studio