Cultura e società

Il lavoro degli stranieri nelle famiglie italiane: una realtà sempre più in espansione

È ormai noto che una parte rilevante di stranieri provenienti dai cosiddetti paesi a forte pressione migratoria trova impiego presso le famiglie italiane in prevalenza per lavori domestici, quindi svolgendo assistenza agli anziani, e solo in termini residuali per l’assistenza/cura di altra natura (per esempio come babysitter). Il diffondersi di queste tipologie d’impiego è alimentato dal continuo aumento di domanda da parte delle famiglie (Catanzaro e Colombo, 2009);in particolare, la figura professionale dell’assistente domiciliare dedicata agli anziani appare una nicchia lavorativa in forte espansione, e la nascita in Italia di una miriade di corsi di preparazione a tale mestiere, negli ultimi anni frequentati anche da italiani, ne è una prova indiretta.

Volendo dare uno sguardo dal punto di vista quantitativo, bisogna sottolineare che le fonti ufficiali di natura universale non permettono, tuttavia, di distinguere i servizi alla famiglia rispetto ad altre tipologie di servizi, e quindi con ulteriore difficoltà si possono avere informazioni riguardo ai diversi impieghi all’interno dei nuclei familiari. Ma l’andamento dei dati della forza lavoro straniera mostra (Fig. 1) la costante crescita del settore servizi, che determina un ampliamento della distanza dai settori dell’agricoltura e dell’industria: il primo pressoché stabile nel tempo, mentre il secondo registra erosioni, in particolare in concomitanza con l’ampliarsi e diffondersi della crisi economica che ha colpito anche l’Italia negli ultimi anni. Ciò mette in luce la continua espansione della domanda anche di assistenza, in gran parte indipendente dalla situazione economica e dettata soprattutto dalle caratteristiche della società italiana: da un lato, un forte invecchiamento della popolazione e il conseguente aumento della disabilità nella popolazione più anziana; dall’altro lato, la carenza del sistema di welfare italiano che non è stato in grado di controbilanciare la minore disponibilità di sostegno generazionale (tradizionalmente delegato alle donne) e derivante dall’inconciliabilità tra ruoli lavorativi e di cura (Farina, 2005).

Figura 1 – Occupati stranieri per settore di attività economica (migliaia di unità). Italia, 2005-2009 [Fonte: elaborazioni su “Rilevazione sulle forze di lavoro”, III trimestre, Istat (2009)].

È quindi necessario fare ricorso a stime e dati campionari per avere un quadro più dettagliato del fenomeno sia dal punto di vista quantitativo (dimensione per tipologia d’impiego all’interno delle famiglie, per esempio) sia rispetto alle caratteristiche dei lavoratori stranieri impiegati nel settore.

Alle soglie della recente sanatoria (dedicata ai soli lavoratori presso le famiglie), stime tra le più accreditate indicavano pari al 22% la quota di lavoratori presso le famiglie italiane tra gli stranieri occupati (Fondazione Ismu, 2010). Tale percentuale raggiungeva ben il 42% tra le donne straniere indicando, in primo luogo, la forte femminilizzazione assunta in Italia da tale tipologia di impiego e, d’altro canto, la loro difficoltà a svincolarsi da lavori con una forte connotazione di cura, tradizionalmente appannaggio femminile. In generale, l’impiego maschile in tali attività appare, infatti, in gran parte “trainato” dalla componente femminile, soprattutto quando quest’ultima è stata pioniera nella migrazione per lavoro: è il caso eclatante degli asiatici, per la stragrande maggioranza filippini, che si discostano nettamente dalle altre aree raccogliendo ben oltre il 40% di lavoratori uomini in tale settore (Tab. 1) e che si identifica prevalentemente nei lavori di natura domestica.

Tabella 1 – Distribuzione percentuale dei lavoratori stranieri presso le famiglie rispetto alla macroarea di provenienza, le principali nazionalità e il genere. Italia, 2009.

Nel 2009 l’universo di colf e badanti stranieri veniva stimato tra le 850mila unità e 1,6 milioni (un livello massimo abbastanza improbabile, stimato nell’ipotesi che tutti gli ultradiciottenni non lavoratori fossero in realtà impiegati in servizi alle famiglie) e, di conseguenza, applicando la proporzione di lavoratori “in nero”, stimata nell’ordine del 25-30% (Fondazione Ismu, 2010), si arrivava ad ottenere, come destinatari della regolarizzazione, un numero variabile tra le 230mila e 440mila unità. Tali stime erano comprensive di tutti i soggetti che lavoravano irregolarmente pur essendo già in possesso di un valido titolo di soggiorno. Dettaglio, quest’ultimo, non trascurabile se si tiene conto che tali individui arrivavano ad essere stimati pari a ben il 56% del totale dei lavoratori impiegati in modo irregolare nelle famiglie. Di conseguenza, un numero di domande di emersione dal lavoro irregolare per individui privi di permesso di soggiorno superiore alle 200mila unità poteva ben essere imputato al cosiddetto “effetto richiamo”, cioè quel meccanismo del passaparola che tradizionalmente -come accaduto in occasione delle precedenti sanatorie- amplia con specifici flussi il contingente dei richiedenti. I primi dati messi a disposizione dal Ministero dell’Interno a scadenza dei termini ci dicono che le domande inviate sono pari a 294.744, metà delle quali ad opera di privati, e poco meno effettuate da associazioni e patronati (Tab.2).

Tabella 2 – Alcune caratteristiche delle domande di emersione inviate, sanatoria 2009. Valori percentuali.

Un fattore che può essere utile per comprendere se e quanto l’effetto richiamo abbia influenzato l’attuale sanatoria dedicata ai lavoratori presso le famiglie può cogliersi analizzandone le principali caratteristiche. Un altro elemento noto sul fenomeno è, infatti, una forte connotazione non solo di genere ma, per esempio, anche etnica, che risulta sostanzialmente costante nel corso del tempo. Di conseguenza, tenuto presente che la conquista di un valido titolo di soggiorno poteva presumibilmente essere il vero obiettivo su cui gli immigrati extracomunitari puntavano, facendo ancora ricorso a stime campionarie di fonte Ismu, e limitando l’analisi ai caratteri dei lavoratori in ambito familiare che erano illegalmente presenti in Italia (precedentemente all’introduzione della sanatoria), ciò che emerge da tale sottoinsieme è la conferma di un universo con tratti ben noti e sostanzialmente simili a quelli evidenziati dall’emersione di colf e badanti favorita dalla sanatoria Bossi-Fini. Si tratta in netta prevalenza di donne (91% dei casi), con un’età mediana di poco superiore ai 40 anni (ma circa il 30% è ultracinquantenne) e in poco più della metà dei casi la permanenza in Italia è inferiore ai cinque anni (per circa l’11% lo è inferiore ai due anni). Il grado d’istruzione è nel 49% dei casi un diploma di scuola secondaria, ma un ulteriore 22% possiede una formazione di tipo universitario e solo l’1% risulta privo di titolo di studio. Circa 2/3 sono cittadini di un paese dell’Est Europa, con numerose provenienze da Ucraina (24%) e Moldavia (18%), cui si aggiungono quelle dal Perù (17%) e – con minor rilievo da India (7,6%) e Filippine (5,4%).

Guardando ai pochi dati resi disponibili dal Ministero (Tab. 2) riguardo alle domande di emersione inviate si notano alcune indicazioni in linea con il quadro derivante dai dati campionari: prevalgono ancora i lavoratori domestici rispetto a quelli impiegati nell’assistenza, sebbene il divario si stia sempre più assottigliando; ancora, queste tipologie di occupazioni interessano in prevalenza i grandi centri urbani del Centro-Nord Italia dove si concentra, d’altro canto, anche la maggioranza della presenza straniera; fanno eccezione solo due province campane (Napoli e Caserta).

Volgendo lo sguardo alle nazionalità dei lavoratori a cui si riferiscono le domande di emersione, tuttavia, si può intuire come una quota delle richieste possa nascondere il sopracitato effetto richiamo o, più semplicemente, la necessità di regolarizzazione di individui già presenti sul territorio e in cerca di un escamotage per ottenere la documentazione idonea alla permanenza. Se, infatti, il numero elevato e maggioritario di domande di ucraini e moldavi è in linea con il profilo dei lavoratori presso le famiglie, altrettanto non si può dire per nazionalità tra le più numerose in termini di domande come alcune nord africane (per esempio le oltre 36mila domande di marocchini, ma anche le 16.325 degli egiziani) o le oltre 20mila cinesi, tenuto comunque conto che alcune di queste sono tra le nazionalità più presenti in Italia. La disponibilità futura di dati più dettagliati sulle caratteristiche dei richiedenti e dei regolarizzati potrà far luce in modo più appropriato e indicare se la popolazione straniera dedita ai lavori domestici o di assistenza si sta realmente diffondendo anche tra quei migranti che fino ad oggi parevano interessati solo marginalmente da questo tipo di impiego, o se l’immagine sopra emersa è semplicemente il frutto della combinazione di diverse “esigenze”.

Una peculiarità più volte sottolineata riguardo agli stranieri che si occupano di assistenza agli anziani è il progetto migratorio, descritto come diffusamente temporaneo e spesso finalizzato alla realizzazione di un preciso obiettivo nella maggior parte dei casi di natura familiare. Focalizzando l’attenzione sulla Lombardia -unica realtà territoriale per la quale si ha un monitoraggio annuale a partire dal 2001- il confronto tra la realtà familiare del 2004 (Farina, 2005; Blangiardo 2005) e quella del 2009 (Blangiardo, 2010) può offrire interessanti spunti per individuare il modello o i modelli migratori più frequenti tra chi si dedica alla cura di persone anziane. In particolare, il confronto tra i due anni sembra sostanzialmente riproporre la stessa immagine: quasi un quarto è celibe/nubile mentre circa la metà è coniugata/o; solo leggermente più bassa la quota di genitori (76% contro 80%), ma costante quella di individui che, avendo una famiglia, vive la migrazione lontana almeno da parte di essa: quasi l’85%.

Se a questi dati si aggiunge una durata della presenza che in cinque anni (2004-2009) è “invecchiata” poco più di un anno (5,1 anni nel 2004, 6,4 nel 2009) e un invecchiamento anagrafico di soli 2 anni, è evidente il forte turnover che caratterizza questa categoria professionale che, nello stesso lasso di tempo, è cresciuta passando dal 6,6% all’8%, ma con una quota di arrivi, dopo il 2004,di quasi il 40%. Le caratteristiche familiari, tuttavia, rimangono sostanzialmente stabili e, in generale, come mostrato dai dati, prevalgono quelle che risultano ben conciliabili (assenza di familiari, necessità di massimizzare i guadagni da parte di individui a cui carico sono totalmente delegati i figli, cioè famiglie monoparentali ecc.) con le esigenze del tipo di lavoro svolto (per esempio spesso viene richiesta la coabitazione). Le oltre 200mila domande di regolarizzazione, in parte presentate da individui che generalmente hanno caratteristiche familiari più tradizionali (si pensi ai nord africani, ma anche ad indiani e pakistani, oltre che cinesi, tra i quali le famiglie monogenitore, ma anche le convivenze, sono poco frequenti), se si tradurranno in effettivi sanati potranno cambiare il volto di chi si prende cura degli anziani e descrivere una realtà lavorativa forse meno “totalizzante”.

Tabella 3 – Alcune caratteristiche familiari, età media ed anzianità migratoria degli stranieri che svolgono assistenza domiciliare in Lombardia, 2004 e 2009.

Bibliografia

Blangiardo GC. (a cura di) La presenza straniera in Lombardia. La quarta indagine regionale. Regione Lombardia – Fondazione Ismu, 2005.

Blangiardo GC. (a cura di) La presenza straniera in Lombardia. La nona indagine regionale. Regione Lombardia – Fondazione Ismu, 2010.

Catanzaro R, Colombo A. (a cura di) Badanti & Co., Il Mulino, Bologna 2009.

Cesareo V, Blangiardo GC. Indici di integrazione. Un’indagine empirica sulla realtà migratoria italiana. Franco Angeli, Milano 2009.

Farina P. Stranieri e anziani: un profilo sintetico della popolazione che si prende cura degli anziani in Lombardia. Assistenza Anziani 2005(3):19-23.

Fondazione Ismu. Quindicesimo Rapporto sulle migrazioni 2009, Franco Angeli, Milano 2010. Istat. Rilevazione sulle forze di lavoro, III trimestre, 2009.

Sitografia
www.interno.it

www.istat.it

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