8 Marzo 2019 | Domiciliarità

Le assistenti familiari

Il viaggio attraverso gli articoli pubblicati sulla rivista cartacea “I luoghi della cura”, edita tra il 2003 e il 2016, prosegue con lo sguardo rivolto al tema delle badanti. In questo “Percorso” Giselda Rusmini guida i lettori attraverso una serie di contributi dedicati alle lavoratrici, agli anziani assistiti, al loro rapporto col sistema dei servizi per la non autosufficienza.

Era un fenomeno cresciuto rapidamente, ancora in espansione e tutto da indagare quello delle badanti straniere occupate nelle famiglie italiane, quando è stato pubblicato il primo numero de “I luoghi della cura”. Era il 2003. La rivista si proponeva di occuparsi della cura “al singolare”, a testimonianza della “sostanziale unità metodologica dei processi di farsi carico, pur nelle differenze degli ambiti dove il servizio viene prestato (i luoghi)”.

 

Non poteva, dunque, essere ignorata la cura degli anziani non autosufficienti tra le mura domestiche da parte della moltitudine di donne occupate come badanti.

 

Da allora la rivista ha ospitato diversi contributi tesi ad illustrare gli esiti di analisi e ricerche su una figura divenuta centrale nella cura dell’anziano a domicilio (Stranieri e anziani: un profilo sintetico della popolazione che si prende cura degli anziani in Lombardia, Patrizia Farina, n. 3/2005), sulle caratteristiche e le condizioni di salute degli assistiti (Per chi lavorano le ‘badanti’?, Carla Facchini, n. 4/2008), sulle dimensioni e l’andamento quantitativo del fenomeno (Il lavoro degli stranieri nelle famiglie italiane: una realtà sempre più in espansione, Laura Terzera, n. 3/2010).

 

Accanto alla “fotografia” dei protagonisti di questa relazione di cura, la rivista ha dato spazio a riflessioni sul ruolo delle badanti nel sistema di welfare italiano e sulla relazione di questa nuove protagoniste del mondo della cura con gli operatori dei servizi.

 

Marco Trabucchi ha sottolineato come la presenza delle badanti – fenomeno comparso in modo spontaneo in assenza un progetto collettivo – abbia permesso un grande risparmio da parte delle regioni per l’istituzione e il funzionamento delle residenze e, allo stesso tempo, un risparmio per le famiglie dati i costi elevati dell’assistenza residenziale. Di fondamentale importanza per la buona riuscita dell’assistenza, secondo l’autore, è il rapporto fra queste lavoratrici e il medico dell’anziano. La badante, talvolta, arriva ad essere “l’unico terminale efficace della comunicazione rispetto ai problemi del paziente, perché ha ricevuto di fatto una delega totale ed è quindi responsabile di tutti i passaggi dell’assistenza”. Il medico, conseguentemente, dovrebbe assumere una modalità comunicativa adatta alla personalità e alla cultura della badante e un atteggiamento di supervisione per darle l’impressione di muoversi all’interno di un progetto assistenziale e di non essere lasciata senza guida a gestire una situazione umanamente pesante. L’autore conclude le sue riflessioni invitando al rispetto e alla gratitudine nei confronti di queste donne e sottolineando il dovere, per i decisori, di andare oltre una soluzione considerata “di medio termine” per guardare ad un futuro più lontano, con un impegno serio di analisi e progettazione dei servizi e delle politiche per le persone non autosufficienti (Le badanti: un welfare che rispetti la dignità di chi assiste e di chi è assistito, Marco Trabucchi, n. 3/2009).

 

Il rapporto tra la badante ed i professionisti della cura viene affrontato anche da Iva Ursini, che illustra i principali risultati di una ricerca sulla condivisione della cura fra familiari, badanti e operatori dei reparti promosso dall’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (A.I.M.A.) Milano Onlus in collaborazione con l’Azienda Servizi alla Persona Golgi-Redaelli, Istituto Geriatrico Camillo Golgi di Abbiategrasso. La condivisione della cura di anziani con malattia di Alzheimer o altri tipi di demenza nei reparti è stata indagata attraverso la realizzazione dei colloqui-interviste svolti con familiari e badanti e due focus group con operatori socio sanitari. L’autrice evidenza come tanto i familiari, quanto le badanti, ritengono che l’evento del ricovero temporaneo in riabilitazione sia un’occasione di formazione-informazione per tutti gli attori della cura a domicilio, mentre l’accoglimento del paziente in struttura viene percepito in maniera diversa. Per i familiari è un evento rassicurante, che li vede riconfermati come principali interlocutori per la progettazione e realizzazione della cura del loro congiunto. Le badanti, invece, da un lato si sono sentite poco considerate da parte degli operatori dei reparti rispetto al patrimonio di conoscenze del paziente che esse detengono, dall’altro il passaggio del loro assistito dal domicilio alla struttura residenziale ha permesso loro di sentirsi maggiormente identificate con la sua famiglia e “meno estranee”. Rispetto al punto di vista degli operatori sociosanitari, l’autrice mette in evidenza luci e ombre. Da un lato l’assistente familiare è percepita dagli operatori come una preziosa fonte d’informazione per conoscere la persona malata, ed utilissima nel contenimento dei disturbi comportamentali del malato (tanto che a volte è il reparto stesso che ne chiede l’inserimento ai familiari). Dall’altro la badante è vista come una persona che avendo perso il ruolo centrale per la cura del malato, talvolta prova impropriamente ad esercitarlo non seguendo le direttive del reparto, oppure, pur essendo presente, delega in toto la cura agli operatori. La condivisione della cura è dunque possibile se il “fenomeno badanti in reparto” viene trasformato, da tutti gli attori, da rischio a risorsa (Badanti: evoluzione di un ruolo, Iva Ursini, n. 3/2010).

 

L’importanza di riconoscere il ruolo delle badanti, “una umanità costretta, per ragioni economiche, a lasciare la propria terra d’origine e le proprie famiglie, e chiamata ad un compito di cura impegnativo ed esigente”, è ribadito da Silvano Corli e Marco Trabucchi. Gli autori danno conto di racconti, interviste e pagine di diario di diverse signore dell’est europeo: da questi materiali, che offrono uno spaccato di una realtà complessa e multiforme, emerge “il bisogno di una relazione fondata sul reciproco riconoscimento e aiuto, i limiti e le possibilità di una comunicazione capace di cogliere i bisogni dell’altro, la fatica dell’assistere, una cura che va oltre il mero accudimento e che sa costruire legami”. Attribuire la piena dignità di attività lavorativa alle cure prestate dalle assistenti familiari appare complesso, spiegano Corli e Trabucchi, probabilmente perché assimilate al naturale compito di cura proprio di ogni famiglia. Essi, tuttavia, sottolineano la necessità di addivenire a tale riconoscimento e di offrire sostegno a queste lavoratrici affinché possano superare la loro solitudine, trovare ascolto ai loro dilemmi e condividere la fatica di assistere. È dunque necessario “dare senso ad un lavoro che non è mai solo testimonianza impotente del degrado ma accompagnamento, aiuto, sostegno, ascolto, compagnia, di cui essere orgogliosamente consapevoli” (La vita delle badanti: solitudine e generosità, Silvano Corli e Marco Trabucchi, n. 3/2010).

 

Difficoltà di comunicazione con l’anziano, differenze culturali rilevanti in un contesto di convivenza obbligata, disagi psicologici, scarsa preparazione professionale e, talora, modelli assistenziali inadeguati (come una tendenza all’infantilizzazione dell’anziano e un approccio “sostitutivo” anziché teso al mantenimento e al recupero delle capacità residue) sono alcune delle criticità evidenziate da Gianbattista Guerrini rispetto al lavoro di cura degli anziani da parte delle assistenti familiari. Per far fronte ed esse, l’autore invoca la realizzazione di interventi volti alla qualificazione del lavoro delle badanti, oltre alla supervisione da parte di operatori sociali e sanitari dei Comuni e delle ASL che possono, al tempo stesso, svolgere una funzione di sostegno e di addestramento della badante, di tutela dell’anziano assistito e di indispensabile raccordo con la rete formale dei servizi socio-sanitari. Guerrini afferma l’importanza di sostenere le famiglie alle prese con un rapporto del tutto privato attraverso servizi di consulenza per la ricerca e l’assunzione della lavoratrice, sostegni economici e sgravi fiscali. L’autore – che non manca di sottolineare come il “drenaggio di cure” verso il nostro Paese abbia l’effetto di ridurre le risorse di care informale nelle famiglie di origine delle lavoratrici – ritiene che l’incertezza sul futuro di questo welfare “fatto in casa” imponga importanti investimenti sui servizi, residenziali e soprattutto domiciliari, per la non autosufficienza (Le badanti straniere in Italia: risorsa e problema, Gianbattista Guerrini, n. 3/2015).

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