Cultura e società

Editoriale
Cinema e Alzheimer. Al cinema per comprendere una malattia

Se pensiamo, solo per un attimo, a quanta informazione superficiale passa attraverso i mezzi di comunicazione di massa, non c’è da stupirsi che una “epidemia silente”, come la malattia di Alzheimer, venga tenuta ai margini anche dalla cinematografia.

La malattia di Alzheimer interessa, solo in Italia, almeno 500.000 famiglie ma, evidentemente, viene considerata un evento che deve essere affrontato in ambito privato (l’antica concezione secondo cui certi panni sporchi si debbano lavare in famiglia), oltre al fatto che parlarne in forma cinematografica potrebbe non fare “cassetto”.

Nonostante ciò, sono state prodotte alcune belle pellicole che aiutano a capire i molteplici aspetti della malattia ed avvicinano ad essa.

L’esempio più recente è il film “La versione di Barney” di Richard J. Lewis con Paul Giamatti (vincitore del Golden Globe 2011 come miglior attore), Rachelle Lefevre, Dustin Hoffman, Rosamund Pilker, Minnie Driver, uscito nel gennaio 2011. Tratto dall’omonimo libro di Mordecai Richler, giornalista ebreo ed uno dei più famosi scrittori canadesi, il film narra la storia di Barney Panofsky, produttore televisivo ebreo che vive a Montreal, dove colleziona mogli e bottiglie di whisky, vivendo una vita dissipata e scorretta. Figlio affettuoso di un poliziotto in pensione col vizio del sesso e degli aneddoti, Barney viene preso di mira in un libro pubblicato dal suo peggior nemico, il detective O’Hearne. Accusato di omicidio e di ogni genere di bassezza, Barney decide di dare la sua versione dei fatti, ripercorrendo la sua vita fuori misura, consumata nell’Italia degli anni Sessanta e perseverata in Canada. Nel racconto, gli episodi del passato si intrecciano indissolubilmente con gli avvenimenti del presente, travolgendo lo spettatore in un percorso instabile nei meandri della memoria di un uomo che spesso si ubriaca, e sovente scorda o rimuove i dettagli del passato. Proprio questi vuoti di memoria, sui quali Barney scherza, non sono altro che la manifestazione della malattia di Alzheimer, compagna silenziosa di una vita scanzonata.

La bellezza di questo film sta nel riuscire a sottolineare i principali aspetti clinici e umani della malattia di Alzheimer in un clima leggero e divertente che non manca, però, di commuovere e far riflettere.

Un altro esempio recente è il film del 72enne Pupi Avati “Una sconfinata giovinezza”, uscito nelle sale dopo essere stato escluso dal festival di Venezia (e questo, almeno per chi sta scrivendo, resta uno dei misteri delle giurie di esperti!) che narra di una delicata e struggente storia d’amore, vissuta sullo sfondo della malattia di Alzheimer. La trama racconta di Chicca, docente universitaria e Lino, giornalista sportivo, al quale viene diagnosticata la malattia di Alzheimer. La comparsa della malattia trova i due protagonisti “pronti” a difendere con i denti il loro amore, come avvenuto nella vita felice, così nella malattia. Il senso della storia ci insegna che la tenacia e l’amore della moglie, la sua “sconfinata giovinezza” interiore, e la capacità di complicità fino a regredire per lui e con lui nella dimensione dell’infanzia, le danno la consapevolezza di compiere un atto d’amore e un atto terapeutico, e la forza per rimanere accanto all’amato marito ad ogni costo. Sullo sfondo vengono anche descritti lo scontro tra le diverse opinioni dei parenti e dei sanitari; tra coloro che vorrebbero curare Lino allontanandolo inevitabilmente dalla consorte e la moglie stessa che, contro l’ordinario “buon senso”, impone con fermezza il proprio pensiero contro corrente, tipico di chi ama radicalmente.

La fine poco importa: ciò che conta è il cammino vissuto, finché si è potuto, e ci si è sentiti insieme. Ecco il vero dono “culturale” ed “etico” che ci offre questo film, e non è certamente cosa da poco visti i modesti messaggi che molta cinematografia propina costante mente, privilegiando spesso la leggerezza, la spensieratezza comica fine a se stessa senza indurre lo spettatore a riflettere, pur godendo, magari, di una sana comicità.

Un’altra interessante pellicola ebbra di insegnamenti è stato il film del 2001 “Iris – un amore vero” (diretto da Richard Eyre e con una strepitosa Judi Dench) che narra la vera storia d’amore tra Iris Murdoch (scrittrice contemporanea scomparsa nel 1999) e il suo compagno di vita John Bayley che, peraltro, ha scritto su di lei libri come “Iris and her Friends: a Memoir of Memory and Desire” e “Elegy for Iris”. La trama descrive una vita di coppia trascorsa nella gioia, pur con qualche contrasto, fino a quando, negli anni della vecchiaia, il marito si accorge dei primi sintomi della malattia di Alzheimer della consorte. Con grande dolcezza e amore l’accompagna nel vivere, con una certa serenità, pur con qualche passaggio di umana difficoltà, le varie fasi della malattia, prendendosi cura dell’anziana moglie fino alla fine. Il film, giustamente, è stato premiato con il Golden Globe e un premio Oscar: è stato un momento di vera illuminazione per il mondo cinematografico. L’insegnamento che si trae da questo spettacolo è che sia possibile raccontare, ad un pubblico profano, di malattie croniche degenerative descrivendone i vari aspetti fisici e psicologico-esistenziali senza perdere di vista il sapore magico e spettacolare offerto dalla qualità degli artisti. Essi, sapientemente guidati, hanno creato un’opera che resta nella memoria.

Le pellicole citate sono state precedute da un prodotto artistico magistrale per la capacità di provocazione che ha indotto nel pubblico, a diversi livelli, a suo tempo. Si tratta di “A spasso con Daisy” (Driving Miss Daisy). Il film, uscito nel 1989, diretto da Bruce Beresford, con Morgan Freeman e Jessica Tandy, racconta la storia, ambientata nel 1948 ad Atlanta, di un’anziana distinta ebrea, Miss Daisy Werthan, settantaduenne, maestra elementare ormai in pensione, vedova di un ricco produttore di tessuti ebreo. La donna, molto attiva e indipendente, nota come una signora molto burbera, testarda e bacchettona, vive da sola nella sua bella casa, dove è assistita dalla domestica di colore Idella che, con gli anni, ha imparato a sopportare il suo temperamento, le sue bizzarre fissazioni e i molteplici pregiudizi. Un giorno, la signora perde il controllo della sua automobile sbagliando la marcia mentre esce dal garage, finendo nel giardino dei vicini. Suo figlio Boolie, erede dell’azienda paterna, decide di assumerle un autista nonostante le sue furiose proteste. Le affianca un uomo di colore di quasi settant’anni, Hoke Colburn, autista, analfabeta, che opportunamente avverte circa le particolarità caratteriali della spigolosa e pignola signora. Hoke assiste quindi Miss Daisy armandosi di una massiccia dose di pazienza e di un sorriso spontaneo e solare, concedendosi, molto di frequente, anche delle frecciate d’umorismo. Conoscendolo meglio, Daisy si ammorbidisce e si fa più amichevole con l’autista, anche se, ogni tanto, si concede ancora qualche pedanteria. Dopo la morte improvvisa per infarto di Idella, l’anziana signora e il suo autista continuano a smorzare le difficoltà relazionali, al punto che lui si improvvisa, con grande entusiasmo, giardiniere, cuoco, e cameriere. Con il passare del tempo, fra i due nascerà una bella storia d’amicizia, tanto che l’anziana maestra decide di insegnargli a leggere e a scrivere. Verso la fine degli anni Sessanta, Daisy ascolta un discorso di Martin Luther King in occasione di una cena sociale a cui partecipa l’alta società di Atlanta. La scena è strategica in quanto svela la vera morale del film in cui le discriminazioni dei bianchi a danno dei neri sono un fenomeno che non si limita soltanto alle violenze e alla ghettizzazione delle persone di colore, ma che si avvantaggia del silenzio complice delle persone perbene che preferiscono chiudere gli occhi piuttosto che contribuire a migliorare i rapporti, anche per gli americani del sud bianco che vivono in condizioni precarie. Di fatto, vi è un intreccio tra la difficoltà all’evoluzione sociale e l’evoluzione della relazione interpersonale tra i due. Ormai novantaquattrenne, Daisy si ammala di demenza ed entra improvvisamente in uno stato di confusione, convincendosi di essere ancora a scuola a insegnare ai suoi bambini. Ricoverata dal figlio in un ospizio per anziani, continua a ricevere le calde e commoventi cure del canuto Hoke, che non l’ha mai abbandonata: le tiene compagnia, la imbocca e ascolta i suoi vaneggiamenti. Per Daisy ora lui è il migliore amico. Il film, vincitore di quattro premi Oscar nel 1990, è un altro esempio di come sia possibile fare educazione cinematografica sulle demenze e su problemi storici e sociali in modo intelligente e creativo. Insegna, inoltre, come sia possibile saper ascoltare i malati di demenza nel rispetto profondo del loro diverso stato di coscienza, senza pretese di tentare di condurre alla nostra “normalità” il malato, ancor più se in fase avanzata. Dall’esempio dell’autista molti parenti potrebbero trarre spunti per un’efficace strategia relazionale: in questi casi il cinema è un buon maestro.

Accanto a questi esempi di pellicole per il grande pubblico, la cinematografia ha preparato dei film “specializzati” in cui il tema “malattia di Alzheimer” viene sviscerato in modo più strettamente tecnico. Mi riferisco a pellicole come “Alzheimer” di R. Minnaert, Belgio, 1996, in cui in 29 minuti di proiezione si illustra la malattia dal punto di vista clinico, con un notevole impatto comunicativo e didattico. Un’opera analoga è “Alzheimer, si tu m’avais laissé vieillir” di P. Krzyszowski, Francia, 1989. Una breve pellicola che in 13 minuti spiega le funzionalità residue e la personalità di un malato di demenza raccontati dall’interno: si vedono la progressione della malattia, i primi disturbi fino allo stadio terminale.

A volte, a complemento di belle lezioni teoriche in diversi setting universitari o divulgativi, alcune pellicole potrebbero “fermare” in modo indelebile dei concetti che accompagneranno studenti e spettatori in modo indimenticabile. Ancora, nel 2006 il film “Lontano da lei” (Away from her), di Sarah Polley, con Julie Christie e Michael Murphy, prodotto in Canada. Con un’intelligente dose di flashback e raffinati effetti anticati, Sarah Polley disegna un lieve e terribile ritratto della malattia di Alzheimer che arriva come un ciclone nella vita di due anziani coniugi, dapprima separandoli e poi mandando in briciole il loro rapporto. La malattia colpisce Fiona, interpretata da Julie Christie, ma il primo ad accorgersi che qualcosa non va nella mente della moglie è Grant (Gordon Pinsent), che comincia ad indagare con quel tatto e quella sensibilità che hanno contraddistinto tutto il loro percorso di vita, fatto di piccole attenzioni, di amore, di reciproco e genuino rispetto.

Tutti questi film ci insegnano a riconsiderare la malattia di Alzheimer come un’opportunità per interrogarci, tra l’altro, sul senso del nostro vivere quotidiano, su quali “valori” fondiamo la nostra vita personale e la relazione con gli altri. Tutti noi vorremmo fuggire da un flagello personale così subdolo e devastante: che la predisposizione alla malattia sia scritta nel codice genetico, che avvenga a causa di agenti fisici, o che venga scatenata o favorita da sofferenze interiori non esplicitabili è, almeno per certi aspetti, ancora in fase di accertamento. Emerge comunque che chi si ammala va incontro ad un sovvertimento della vita affettiva e di relazione. Spesso, il malato chiede, a chi si occupa di lui, di proteggerlo dall’autodistruzione e, allo stesso tempo, di accompagnarlo discretamente, con rispetto e accettazione della diversità. Il cinema, attraverso le sue immagini, purché esposte con arte e chiarezza, può dare un valido contributo alla creazione di un pensiero nuovo, necessario per preparare persone consapevoli e pronte ad affrontare con la forza necessaria la sfida che presenta la malattia di Alzheimer.

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